
SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
12 Luglio 2026
Di Capri Peppino – Nun è peccato
12 Luglio 2026L’Occidente si difende se si mette in discussione
La retorica della difesa rischia di tradire i principi occidentali quando trasforma libertà e dignità in strumenti di esclusione. Occorre un’idea di identità fondata su autocritica e sul confronto con l’altro, perché la sua grandezza sta nella sua complessità
Come una cittadella nell’attesa dell’assedio, l’Occidente viene oggi raccontato attraverso una parola d’ordine unica e ossessiva, “difesa”, quasi che la sua identità potesse sopravvivere solo irrigidendosi, chiudendo le porte, diffidando di ogni presenza estranea e trasfor-mando ogni differenza in un segnale d’allarme. Ci si descrive accerchiati da culture estranee, religioni d’importazione, alterità indistinte che premono ai confini, ma quando l’emergenza diventa la lingua madre della politica il pensiero si impoverisce, perché smette di distinguere, confonde il conflitto con la contaminazione, l’incontro con il cedimento, la ricchezza culturale con una proprietà privata da sorvegliare, e finisce per consegnare l’identità non alla sua forza generativa, ma alla paura costante della perdita.
Il punto, naturalmente, non è negare che esistano conflitti tra visioni del mondo, né fingere che tutte le pratiche culturali siano compatibili con la dignità della persona, con la libertà femminile, con l’uguaglianza davanti alla legge, con la separazione tra potere politico e fondamento religioso, perché rimuovere questo dato significherebbe scambiare l’apertura con l’ingenuità e il dialogo con una rinuncia preventiva al giudizio. Proprio perché quei principi sono preziosi, però, bisognerebbe diffidare del modo in cui vengono branditi, poiché un valore, quando diventa un’arma identitaria, smette di orientare la comprensione delle situazioni concrete e serve soltanto a distribuire patenti morali, separando i civili dagli arretrati, i buoni dai cattivi, i nostri dai loro. Il cortocircuito logico e morale si consuma esattamente qui, poiché si pretende di salvaguardare l’Occidente smantellando proprio quelle virtù che ne hanno sublimato l’essenza oltre la mera forza bruta: l’attitudine all’autocritica, l’autolimitazione del potere e la fondamentale apertura a scorgere nell’altro un interlocutore etico dinanzi al quale legittimare la validità dei propri assunti. E così, mentre si invoca la libertà, la si riduce ad asfittico marcatore identitario; mentre si proclama la dignità umana, la si elargisce in via esclusiva a chi rientra nel perimetro del “noi”; o, infine, si celebra la ragione critica sospendendola non appena l’esame dell’altro si fa scomodo. In questo modo, da un lato, si simula di difendere l’universalismo e, dall’altro, lo si converte nel nome nobile di un privilegio escludente. In questo modo l’Occidente non viene protetto, bensì contraffatto, perché si trasforma in una maschera polemica e in un marchio di superiorità da agitare contro qualcuno, fino al paradosso per cui, nel tentativo di difenderlo dai nemici esterni, lo si consegna ai suoi carnefici interni: l’arroccamento difensivo, la paura, il narcisismo culturale e la degradazione dei principi in dispositivi di dominio.
E, dunque, che cos’è veramente l’Occidente? Non basta rispondere con un catalogo di biblioteche, parlamenti, costituzioni, università, diritti e scoperte scientifiche, perché la sua storia contiene anche dominio coloniale, schiavitù, razzismo, guerre di religione, totalitarismi, stermini. Non può diventare una biografia edificante senza mentire su se stesso. L’Occidente non è innocenza, purezza, superiorità naturale. È, quando resta fedele a ciò che ha prodotto di più esigente, capacità di interrogarsi, di non coincidere con la propria autocelebrazione, di sottoporre i propri criteri alla prova dell’estraneo e di riconoscere che chi ci sta di fronte non è una cosa, un ingombro, una massa da amministrare o respingere, ma un soggetto attraverso il quale anche noi diventiamo più comprensibili a noi stessi.
È qui che la retorica della difesa mostra il suo punto cieco. Chi parla così spesso crede di custodire una tradizione, ma ne sacrifica il nucleo più profondo, perché immagina l’identità come recinto, mentre una parte essenziale della cultura europea moderna l’ha pensata come rapporto. In Tzvetan Todorov questo motivo appare con particolare limpidezza: «Se rendere l’altro un fine è un valore legittimo, lo dobbiamo al fatto che l’essere umano è segnato da un’incompletezza innata, ha bisogno degli altri per esistere. Gli uomini dipendono gli uni dagli altri non soltanto per riprodursi e assicurare la propria sopravvivenza, come le altre specie, ma anche per diventare degli esseri coscienti e parlanti; scoprono di non poterne fare a meno, se vogliono realizzar-si: la felicità degli altri diventa la loro».
Questa frase sposta il discorso. Non dice che l’altro ha sempre ragione, non scioglie ogni differenza in una celebrazione sentimentale della mescolanza, non trasforma l’incontro in retorica obbligatoria della bontà. Dice qualcosa di più sobrio e radicale: l’umano non è autosufficiente, e ogni civiltà che dimentica questa incompletezza tende a diventare idolatrica. L’idolo può essere la nazione, la religione, il mercato, la sicurezza, persino la libertà, quando la libertà viene separata dalla responsabilità verso chi non coincide con noi. L’Occidente migliore non è quello che ripete “noi siamo superiori”, ma quello che ha saputo inventare strumenti per impedire a chiunque, anche a se stesso, di dirlo impunemente.
Anche il dibattito sulla cosiddetta cancel culture va collocato qui, altrimenti resta prigioniero della caricatura. Esistono distorsioni, moralismi retroattivi, automatismi punitivi, riscritture pigre della storia, gesti simbolici che scambiano giustizia e cancellazione. Quando un’opera viene giudicata soltanto con il codice morale del presente, si perde la distanza storica e si produce conformismo, non coscienza critica. Ma anche la reazione opposta, che usa quegli eccessi per proclamare la necessità di proteggere la nostra civiltà dai nuovi barbari, è una semplificazione speculare. Da una parte si cancella ciò che disturba; dall’altra si sacralizza ciò che appartiene alla propria genealogia. In entrambi i casi si evita il lavoro più difficile: comprendere, distinguere, giudicare senza trasformare il giudizio in furore identitario.
Il prospettivismo, se inteso seriamente, aiuta proprio qui. Non significa che ogni punto di vista valga quanto ogni altro, né che la verità debba dissolversi nella somma delle opinioni. Significa che nessuno sguardo esaurisce l’oggetto, che ogni posizione vede qualcosa e perde qualcosa, e che la civiltà comincia quando accettiamo di misurare la nostra prospettiva con una che non le appartiene. Il prospettivismo non è relativismo, ma disciplina del giudizio: un sì e un no diventano più giusti quando hanno attraversato la resistenza dell’alterità. Non ci impedisce di sostenere principi; ci impedisce di trasformarli in feticci.
Difendere l’Occidente, allora, può voler dire sottrarlo alla sua tentazione più antica: credersi proprietario dell’universale, confondere i propri valori con la propria potenza, usare la dignità umana come insegna e poi dimenticare la dignità concreta degli esseri umani. Può voler dire preservare le istituzioni liberali non solo contro chi le disprezza dall’esterno, ma anche contro chi le svuota dall’interno riducendole a bandiere polemiche. Può voler dire custodire la memoria senza trasformarla in museo narcisistico, sostenere la libertà d’espressione senza farne un alibi per l’umiliazione, riaffermare l’uguaglianza senza cancellare le differenze, conservare la tradizione senza sottrarla al confronto con le sue ombre. L’Occidente non è grande quando si chiude, ma quando non ha paura della propria complessità. Non è fedele a se stesso quando si presenta come fortezza, ma quando ricorda che la sua forza più alta è stata mettere in questione le fortezze: religiose, politiche, culturali, interiori. Il vero compito non è ripetere che i nostri valori sono superiori, ma domandarsi se il modo in cui li invochiamo li rende ancora credibili. Perché un valore difeso contro l’altro può diventare dominio; un valore verificato attraverso l’altro può ancora diventare civiltà.





