
«Gli hamburger sono sempre stati buonissimi»
2 Luglio 2026
C’è una data che ritorna, e non per caso. Il 30 giugno 1988 Marcel Lefebvre consacrava a Écône quattro vescovi senza mandato pontificio; il 1° luglio 2026, sullo stesso prato del Vallese, la Fraternità sacerdotale San Pio X ha ripetuto il gesto, ordinando quattro nuovi vescovi — uno svizzero, un americano, due francesi — davanti a quindicimila fedeli, con diretta streaming in sei lingue e perfino un conto alla rovescia sul sito ufficiale. A nulla è valsa la lettera che Leone XIV aveva indirizzato al superiore generale il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, chiedendo di non lacerare la tunica di Cristo. La tunica è stata strappata, e con piena consapevolezza: il superiore Pagliarani ha parlato di «giornata storica» e ha dichiarato in anticipo che eventuali pene e censure «non hanno nessun valore».
Vale la pena fermarsi su questa frase, perché contiene tutto. Chi la pronuncia non sta compiendo un atto tradizionale: sta compiendo un atto perfettamente moderno. Dichiarare che la sanzione dell’autorità legittima non ha valore significa costituirsi come istanza ultima di giudizio, fondare da sé la propria legittimità, fare del proprio discernimento privato il criterio della fede. È esattamente il gesto che la modernità ha inaugurato e che il tradizionalismo dice di combattere: il soggetto che si autocertifica. La Fraternità custodisce il nome della tradizione — il latino, il messale del 1962, le talari, il rito antico — ma ne rompe la sostanza, che non è un repertorio di forme bensì un corpo vivente in comunione. Perché la tradizione, nella sua natura profonda, è consegna: qualcosa che si riceve da altri e si trasmette ad altri, dentro una catena di cui nessuno è proprietario. Nel momento in cui un gruppo si proclama custode esclusivo del deposito contro il legittimo successore di Pietro, la consegna si fa possesso; e un deposito posseduto non è più tradizione, è reliquia, reperto, museo. Lo ha detto con precisione la teologa Simona Segoleni Ruta sulle pagine dell’Avvenire: la tradizione è una realtà vitale, non un reperto storico. Si potrebbe aggiungere: chi la imbalsama per salvarla, la uccide due volte.
Il nodo teologico, del resto, non è mai stato davvero la liturgia. La messa antica è il vessillo, non la questione. La questione è ecclesiologica, e riguarda chi garantisca la continuità della fede nel tempo. La Fraternità risponde: la lettera del passato, di cui noi siamo interpreti autentici. La Chiesa cattolica risponde: il corpo vivo, con il suo magistero, che legge i segni dei tempi senza cessare di essere sé stesso. È la vecchia disputa tra chi identifica l’identità con l’immobilità e chi sa che un organismo resta sé stesso proprio perché cambia — che il fiume è lo stesso fiume perché l’acqua scorre, non malgrado ciò. La costruzione canonica dello «stato di necessità», elaborata fin dagli anni Settanta per giustificare ordinazioni proibite, è la forma giuridica di questa pretesa: la crisi della Chiesa sarebbe tale da rendere lecito ciò che è vietato. Ma chi decide che lo stato di necessità sussiste? Loro stessi. Il cerchio si chiude sempre nello stesso punto, l’autofondazione.
E qui il discorso, inevitabilmente, si fa politico, perché uno scisma non è mai soltanto un fatto interno alla Chiesa: è la messa a disposizione di un capitale simbolico. Si guardi la geografia dei quattro nuovi vescovi: Francia e Stati Uniti, con la Svizzera come sede storica. Sono esattamente i due paesi dove il tradizionalismo cattolico si è saldato, negli ultimi anni, con la destra identitaria e nazional-conservatrice: in Francia attraverso la lunga contiguità tra ambienti lefebvriani e certa destra radicale, negli Stati Uniti attraverso la galassia integralista che sogna un cristianesimo come armatura della nazione. La Fraternità rifiuta programmaticamente la libertà religiosa dello Stato, l’ecumenismo, il dialogo con il mondo moderno: sono tesi teologiche, ma sono anche, immediatamente, tesi politiche. Rifiutare la libertà religiosa significa riproporre un modello di Stato confessionale; rifiutare il dialogo significa offrire una teologia pronta all’uso a chi cerca nemici da designare.
Il paradosso è che lo strappo avviene proprio nella stagione in cui una parte della politica occidentale riscopre il cristianesimo — ma come identità, non come fede; come bandiera, non come vangelo. È il cristianesimo culturale di chi non entra in chiesa ma vuole il crocifisso al muro, di chi invoca le radici cristiane per chiudere i porti. Questa politica in cerca di legittimazione sacrale trovava finora un ostacolo: la Chiesa reale, quella di Roma, che con Francesco prima e con Leone ora continua a parlare di migranti, di poveri, di pace, e non si lascia arruolare. Ecco allora il risvolto più serio dello scisma di Écône: esso offre a quella politica una chiesa alternativa, piccola nei numeri — settecento e passa sacerdoti, qualche centinaio di migliaia di fedeli — ma perfetta nella funzione. Una gerarchia parallela, con vescovi giovani (il più giovane ha trentasei anni: si è consacrato il futuro, non il presente), sacramenti, seminari pieni e una dottrina che benedice ciò che Roma non benedice. Non serve che sia grande: serve che esista, per poter dire che il vero cattolicesimo sta lì e non in San Pietro.
Per Leone XIV è la prima ferita grave del pontificato, e la sua gestione dirà molto. Il Papa ha fatto tutto ciò che poteva fare prima — il richiamo dottrinale di maggio, la lettera personale di giugno — e ha registrato il rifiuto. Ora la scomunica automatica, che colpisce consacranti e consacrati, non è una vendetta: è la constatazione giuridica di una separazione che gli interessati hanno voluto e perfino celebrato. Benedetto XVI nel 2009 aveva revocato le scomuniche del 1988 per riaprire il dialogo; Francesco aveva concesso confessioni e matrimoni validi. Gesti di una pazienza quasi ostinata, che oggi appaiono per quello che erano: mani tese a chi aveva già deciso di non stringerle, perché la propria identità si regge precisamente sulla separazione. Ci sono comunità che hanno bisogno del nemico per esistere; riconciliarsi le dissolverebbe.
Resta la lezione, che vale ben oltre il Vallese. Le istituzioni — le chiese, ma anche le città, le banche, le contrade — non si custodiscono congelandole. Si custodiscono abitandole, cioè accettando che vivano, che cambino, che rispondano al presente rimanendo fedeli a ciò che le ha generate. Chi ama davvero una tradizione la tiene aperta; chi la chiude a chiave dimostra soltanto di non fidarsi di lei, di crederla così fragile da non reggere l’incontro con il proprio tempo. A Écône, ieri, non ha vinto la tradizione. Ha vinto la sua caricatura: il nome, appunto, senza la sostanza.





