
The War of the Strait and the Price of Things
25 Luglio 2026
L’occhio e le catene
25 Luglio 2026
C’è una frase, quasi nascosta in un riquadro, che dice più di molte analisi: l’inseguimento della cronaca è stato il filo rosso di questa legislatura. Cinquantasette nuovi reati, sessanta aggravati, un incremento di pene che sommate sfiorano i cinquecento anni di carcere. Numeri che hanno la solennità del catalogo e la fragilità della propaganda, perché nascono non da un disegno ma dalla reazione: ogni fatto di sangue diventa occasione di legge, ogni titolo di giornale pretende la sua norma. Si legifera come si commenta, in tempo reale, e il codice penale finisce per assumere la funzione che un tempo era della parola pubblica: nominare il male per esorcizzarlo.
È il cuore del panpenalismo, e non è una questione tecnica. Quando lo Stato affida alla pena il compito di dire chi siamo, di rassicurarci, di scandire l’agenda, la pena smette di essere misura e diventa segno. Non serve più a correggere: serve a significare. E il significato, si sa, non ha bisogno di funzionare, gli basta apparire.
Il punto di massima tensione è la giustizia minorile. Abbassare la soglia dell’imputabilità, moltiplicare le fattispecie, sostituire l’accompagnamento con la reclusione: qui non si discute di severità o indulgenza, ma di ciò che una comunità riconosce come recuperabile. La Costituzione, quando lega la pena alla rieducazione, non fa del buonismo: afferma che la persona non coincide con il suo atto peggiore, che resta sempre un margine, un poi, una possibilità di ritorno. Togliere quel margine a un ragazzo di tredici anni significa decidere in anticipo che per lui non c’è futuro, e un ordinamento che rinuncia al futuro dei suoi figli finisce per rinunciare a se stesso.
Nel frattempo la cronaca offre il rovescio esatto di questa retorica. Un uomo muore a Bologna durante un’operazione di contenimento, e la prima ipotesi è la compressione: il peso stesso della forza che schiaccia. È l’immagine più cruda di una sicurezza pensata soltanto come pressione, come corpo sopra corpo. E mentre si rincorrono le responsabilità e le polemiche tra ministro e sindaco, i sacerdoti che vivono in mezzo agli adolescenti dicono la cosa più semplice e più scomoda: mancano le risposte educative. Manca, cioè, tutto ciò che viene prima del reato e che nessuna legge d’emergenza saprà mai fabbricare.
Esiste un modo antico di intendere la custodia: non stringere, ma prendersi cura. Le due parole si somigliano e percorrono direzioni opposte. La stagione che attraversiamo ha scelto la stretta, convinta che governare sia contenere. Eppure ogni volta che una società smette di offrire strade e si limita a chiudere porte, non produce ordine: produce solo il rinvio, sempre più costoso, del problema che ha rinunciato ad ascoltare. Il nome rassicura per un giorno. La cosa, quella vera, resta lì, e attende.





