
Bill Withers – Lovely Day
17 Luglio 2026
Siena sull’insegna, Meloni nel cuore
17 Luglio 2026Mentre l’opas è in corso, Intesa gira il territorio e siede con le istituzioni senesi. Non è vietato: è peggio.
Venerdì 24 luglio alcuni manager di Intesa Sanpaolo incontreranno Confindustria Siena, e nei giorni scorsi c’è già stata un’interlocuzione con l’amministrazione comunale. Accade mentre l’offerta pubblica di scambio da oltre trenta miliardi lanciata su Rocca Salimbeni è aperta, con il documento depositato in Consob e la comunicazione preliminare già inviata all’ufficio del golden power di Palazzo Chigi. Qualcuno — lo annota lo stesso cronista, con il pudore di chi non vuole esporsi — solleva una questione di opportunità. La solleva bene. Ma va portata fino in fondo, perché così com’è resta a mezz’aria.
Cominciamo da ciò che questi incontri non sono. Non sono una violazione. La regola di passività, che in questi giorni tiene impegnati gli advisor del Monte, vincola il consiglio di amministrazione del bersaglio e gli vieta contromosse difensive senza il via libera dell’assemblea. Riguarda Rocca Salimbeni, non chi è a caccia di Rocca Salimbeni. Sull’offerente che scende sul territorio a parlare con le categorie e con i sindaci non pesa alcun divieto. C’è un vuoto, non una norma. E il vuoto viene occupato con metodo.
Il punto, allora, non è la legalità: è la confusione di due piani che dovrebbero restare separati come l’acqua e l’olio. Da una parte un’operazione di mercato, che si gioca fra gli azionisti, si misura in Borsa, si autorizza a Francoforte, in Banca d’Italia, all’Antitrust, e passa dal vaglio dei poteri speciali dello Stato. Dall’altra una trattativa politica sul destino di una comunità, fatta di rassicurazioni sull’occupazione, sulla sede, sull’identità. L’offerente lavora il secondo tavolo per vincere sul primo. Corteggiare le istituzioni senesi non è cortesia diplomatica: serve a costruire il clima — l’adesione o almeno l’acquiescenza del territorio — che a sua volta pesa sulla decisione nazionale. La partita del golden power, in cui Intesa sostiene di non rappresentare alcun rischio strategico proprio perché italiana e non straniera, si vince anche così: dimostrando che Siena non si oppone. Il consenso locale è una delle materie prime dell’operazione. Ecco perché lo si viene a raccogliere di persona.
E qui casca il Comune. Perché il Comune di Siena, in quest’affare, non ha titolo — nel duplice senso della parola. Non possiede il titolo azionario che darebbe voce in capitolo (il pacchetto pubblico residuo è del Tesoro, poco meno del cinque per cento, non del municipio), e non ha il titolo giuridico per sedere in una trattativa che spetta agli azionisti e alle autorità. Allora cosa negozia, con quale mandato, in nome di chi? E soprattutto: cosa può portare a casa, se non promesse? Promesse per giunta rese fuori dal documento d’offerta, e dunque prive di qualsiasi valore vincolante. Giuridicamente pesano zero, politicamente pesano moltissimo. È il rovescio esatto di ciò che serve al territorio: garanzie che non garantiscono nulla, spese però come se fossero acquisite.
Il rischio è antico e sempre lo stesso. Che le istituzioni, sedendosi, si lascino usare. Che un’amministrazione — mentre sul banco c’è anche l’alternativa di Piazza Meda, e mentre il consiglio del Monte deve muoversi con le mani legate dalla passività — finisca per schierare la città dentro il racconto di uno solo dei contendenti. Basta la fotografia dell’incontro, la stretta di mano, la frase concordata, e il territorio è arruolato. Non serve firmare niente: serve esserci.
C’è, in tutto questo, un’ironia che chi ha vissuto da dentro la trasformazione in società per azioni del 1995 riconosce al primo sguardo. Quella forma nacque per una ragione precisa: togliere la banca dalle mani della politica cittadina, separare il soggetto di mercato dall’istituzione del luogo, chiudere la porta che per un secolo aveva fatto dell’istituto una propaggine del palazzo. Trent’anni dopo, nel momento in cui l’istituto sta per essere assorbito, è l’acquirente stesso a riaprire quella porta e a rientrare per la via del territorio — l’unica dimensione che quella riforma doveva aver neutralizzato. Il nome dell’operazione è «mercato». La sostanza, in questa fase, di mercato ne ha assai poca.
Che cosa dovrebbero fare, allora, le istituzioni senesi? L’opposto di ciò che stanno facendo. Non sedersi al tavolo, ma custodire la distinzione. Chiedere che ogni impegno sul territorio non resti parola detta a porte chiuse, ma finisca nero su bianco, dove vincola davvero — nel documento d’offerta, sotto gli occhi di Consob e degli azionisti. Vigilare, non contrattare. Perché a un tavolo senza titolo non si difende la città: le si fa da comparsa.





