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15 Luglio 2026
«Il fuoco di sotto» Domani la presentazione
15 Luglio 2026di pierluigi piccini
C’è una frase, nel congedo di Pallassini, che la cronaca registra e subito abbandona, ed è la sola che meriti di essere trattenuta: «se uno non ha le redini in mano, la corsa non ha significato». Non è un modo di dire. È la grammatica profonda di questa città, la lingua in cui Siena pensa se stessa da secoli, e il fatto che le dimissioni di un segretario si narrino spontaneamente nell’idioma delle redini e della corsa dice più di quanto il diretto interessato immagini. Qui la politica non parla mai soltanto di politica: parla per figure, e le figure vengono dalla piazza inclinata. È in questa lingua che va letto l’accaduto, se si vuole andare sotto la superficie del piccolo terremoto interno a un partito.
Il punto vero non è la persona che lascia, né il consueto avvicendarsi di fedeltà e rancori che accompagna ogni congedo. È che Pallassini confessa, con una franchezza quasi arcaica, di non essere «riuscito a conglobare le diverse anime del partito», e attribuisce l’insuccesso alla propria inesperienza. In quel gesto di assunzione di responsabilità c’è una nobiltà d’altri tempi, un residuo di etica pubblica che quasi non si riconosce più. Ma ciò che egli chiama inesperienza è in realtà un’impossibilità strutturale. Tenere insieme le anime diverse era il mestiere stesso del partito, la sua ragion d’essere: comporre interessi e appartenenze in un disegno, lavorare la materia grezza della società fino a darle forma. Quel mestiere non esiste quasi più, perché è venuta meno la condizione che lo rendeva possibile — un orizzonte condiviso entro cui le differenze potessero riconoscersi come parti di un tutto. Chi oggi prova a tenere le redini scopre che non c’è più un cavallo solo, ma una moltitudine di appartenenze che corrono ciascuna per sé.
La vicenda senese diventa allora esemplare, perché qui la dissoluzione assume una forma nitidissima. La frattura non nasce da una divergenza di programma, da due idee diverse di città in conflitto. Nasce da uno scontro tra persone — «due purosangue», si dice — e dalla nascita di un gruppo autonomo che si porta via consiglieri e alleanze. È la contradaizzazione della politica: l’appartenenza che si fa viscerale, precedente a ogni ragionamento, come l’amore per la propria casacca che si eredita e non si sceglie. La fedeltà è al colore, non all’uomo, e il tradimento è sempre in agguato perché il legame che tiene non è l’idea condivisa ma la passione dell’identità. Con una differenza decisiva: in piazza il rito ha regole antichissime che lo contengono, mentre la politica ridotta a rito quelle regole le ha perdute.
In questo paesaggio, la figura che Pallassini rivendica per sé — «moderato e razionale» — è precisamente quella che non trova più casa. Il moderato non ha contrada. Non ha una passione che lo preceda, non ha un colore che lo scaldi; il suo mestiere è la mediazione, la pazienza della sintesi. Ma una politica organizzata intorno all’identità non sa che farsene della mediazione: la sente come tiepidezza, come mancanza di sangue. La sconfitta del moderato non è dunque l’inesperienza di un singolo, è il congedo di un’intera idea di politica come composizione ragionevole delle differenze.
Un ultimo dettaglio rivela la miseria del tempo, tanto più perché passa inosservato: la scelta di lasciare d’estate per «riorganizzare le cose in vista dei tesseramenti di novembre». La vita di un partito ridotta a un calendario di adesioni, l’appartenenza contabilizzata — trecentoventiquattro iscritti, il numero esibito come misura del lavoro fatto —, l’anno scandito come un esercizio amministrativo. Dove un tempo c’era un progetto, oggi c’è un adempimento; dove c’era una visione, una scadenza.
Resta, di tutta la vicenda, una sola cosa che vale la pena salvare, ed è la più fragile: quel riconoscere di aver fallito senza scaricarlo sugli altri. In una cultura pubblica che ha fatto dell’autoaffermazione permanente la propria unica grammatica, l’ammissione di un limite è diventata quasi incomprensibile, un gesto che appartiene a un vocabolario morale che stiamo dimenticando. La notizia, allora, non è che un segretario si dimette. È che qualcuno, dimettendosi, dice ancora «di questo mi sento responsabile». Le redini gli sono sfuggite di mano, come sfuggono a chiunque provi oggi a tenerle; ma almeno ha saputo riconoscere che la corsa, senza, non ha significato. È poco, ed è insieme quasi tutto ciò che di una vecchia idea di politica sembra ancora sopravvivere tra noi.





