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Dentro Forza Italia, a Siena, non si è dimesso soltanto un segretario provinciale: si è aperta una faglia che le dimissioni di Alessandro Pallassini si sono limitate a rendere visibile. La consegna del silenzio con cui il partito prova a contenere lo strappo è, in realtà, il suo primo referto. Un’organizzazione che apprende dell’uscita del proprio coordinatore dalle chat interne prima che dagli organi statutari, il cui responsabile regionale non risponde al telefono e lascia i messaggi senza replica, comunica una cosa prima ancora di dirla: che il meccanismo ordinario del ricambio si è inceppato. Il silenzio, qui, non è disciplina. È afasia.
La figura stessa del traghettatore è il sintomo, non la soluzione. Lo statuto sarebbe chiaro: dimessosi il segretario, le redini spettano al vice. Ma il vice, Paolo Salvini, si è di fatto già chiamato fuori, avendo preso le distanze dal partito e limitandosi all’opposizione nelle assemblee. Quando il meccanismo previsto non regge e occorre un incarico ad interim, significa che nessuno degli eredi designati vuole, o può, salire in plancia. Non si nomina un traghettatore quando la barca ha una rotta: lo si nomina quando manca il timoniere e la successione naturale si è prosciugata. L’affidamento a Lorenzo Lorè nasce da qui — da un vuoto, non da un progetto.
Il caso Cava conferma la diagnosi. Che il nome di Massimo Cava scaldi gli animi per il suo passato nel centrosinistra dice che il problema del partito non è reperire un segretario, ma trovarne uno che il proprio corpo militante accetti. È il rovescio speculare del leaderismo: quando l’identità coincide con un riferimento e quel riferimento viene meno, riaffiora il sospetto reciproco, la memoria delle provenienze, la fatica di riconoscersi in qualcuno. Un partito radicato assorbe questi passaggi senza tremare. Un partito che trema li vive come minacce.
Poi arrivano i numeri, ed è la parte più spietata. Trecentoventiquattro iscritti in tre anni, per la forza che a Siena siede in giunta, sono un dato che parla da sé. Chiedere a Lorè di eguagliarli in tre mesi non è fissare un obiettivo: è tendere una trappola metrica, collocare l’asticella esattamente dove il reggente quasi certamente inciamperà. Il tesseramento, che dovrebbe essere il respiro di un’organizzazione viva, diventa così una verifica anticipata, un esame con la data del bocciato già scritta. È l’economia di un partito che, sottratto il riferimento locale, scopre di non avere radicamento — e che affida al reggente il compito impossibile di produrre in una stagione ciò che non si è costruito in anni.
Vale la pena, a questo punto, alzare lo sguardo dall’articolo alla pagina intera, perché il menabò dice quanto e più del testo. Sulla stessa carta, accanto a Forza Italia orfana e afona, corre la colonna di Italia Viva-Casa Riformista che si offre al campo largo di Simone Bezzini con il lessico dell’ascolto, della competenza, dell’inclusione. Il centrodestra senese che si sfilaccia e il centrosinistra che prova a ricomporsi, affiancati nello stesso impaginato, disegnano il bilanciamento delle forze con più efficacia di qualunque commento. Non è un caso, ed è un contrappunto che nessun lettore attento può ignorare: mentre una barca cerca il timoniere, dall’altra parte del molo se ne allestisce una che promette rotta e equipaggio.
Resta il nodo, tutto senese, del carico su Lorè: assessore comunale e insieme reggente provinciale. Le due macchine — quella amministrativa e quella di partito — coincidono così nella stessa persona proprio nel momento in cui entrambe sono sotto pressione. Fino a ottobre, fino al congresso, la parola tornerà agli iscritti; ma di qui ad allora un giovane avvocato dovrà navigare tra i malumori interni, la concorrenza degli altri schieramenti e la campagna dei tesseramenti, tenendo la barra dritta su due timoni che tirano in direzioni diverse. Non è una questione di buona volontà, che a nessuno si nega. È una questione di sostenibilità: chiedere a un solo uomo di reggere insieme l’amministrazione e il partito, mentre l’una e l’altro vacillano, è il modo più sicuro per logorare entrambi. La barca, senza rotta, non affonda per la tempesta. Affonda per il peso di chi rema in troppe direzioni insieme.





