
Sylvester – You Make Me Feel
14 Luglio 2026
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14 Luglio 2026C’è un modo tutto senese di cambiare senza che nulla cambi, e le ultime due settimane di Palazzo Pubblico ne sono la prova. Forza Italia sparisce dal Consiglio comunale: Lorenza Bondi e Marco Falorni comunicano con una pec al presidente Davide Ciacci la nascita del gruppo “Lorenza Bondi Siena nel Cuore-Marco Falorni Udc”, precisando che nulla muta né nelle commissioni né nella capogruppo né nel sostegno alla sindaca. Maria Antonietta Campolo lascia Fratelli d’Italia e aderisce al partito di Vannacci. Nella Lega si dimette Francesco Mastromartino e subentra Maria Concetta Raponi. Il 23 luglio l’aula prenderà atto. I numeri della maggioranza restano intatti, l’opposizione stessa non vi legge alcun principio di crisi.
E allora che cosa è successo, esattamente? Nulla, e proprio per questo tutto. Perché quando i simboli nazionali si dissolvono e al loro posto compaiono gruppi che portano il nome proprio dei consiglieri, ciò che si consuma non è una manovra di corridoio ma un mutamento di stato: l’appartenenza è diventata portatile, il partito ha smesso di generare consenso ed è ridotto all’involucro amministrativo di consensi personali formatisi altrove. Forza Italia protesta invocando la fedeltà al simbolo e al mandato ricevuto dagli elettori, e chiede il gesto coerente delle dimissioni: argomento nobile e insieme spettrale, perché evoca un vincolo che il nostro ordinamento non conosce e che la pratica politica ha da tempo sepolto. L’area Vannacci che entra in aula non è una notizia ideologica: è il sintomo di un vuoto che si riempie con la prima offerta identitaria a portata di mano.
La controprova, speculare, viene dal congresso provinciale di Fratelli d’Italia, dove Elena Burgassi è stata confermata alla guida del partito senese mentre Fabio Strianese ritirava la candidatura denunciando un esito già scritto e una assise ridotta a ratifica di decisioni prese altrove. La replica è arrivata sul piano regolamentare: quella candidatura, priva dei requisiti formali, non era mai esistita. Ineccepibile. E però un partito che risponde con l’articolo sei a chi lamenta l’assenza di discussione conferma, senza avvedersene, la diagnosi che voleva smentire.
Chi ha letto in questi movimenti la solidità di un potere incontrastato farebbe bene a guardare i numeri veri. Il Governance Poll 2026 assegna a Nicoletta Fabio il 53,5% di gradimento: un punto e mezzo in meno rispetto al 55% dello scorso anno, con una discesa dal trentaquattresimo al quarantaseiesimo posto nazionale e dal secondo al quinto fra i capoluoghi toscani. Il consenso resta superiore al dato dell’elezione, e la maggioranza si affretta a leggerlo come promessa di ricandidatura; ma la curva punta verso il basso proprio mentre la coalizione si frantuma in sigle personali. Non è una coincidenza: è la stessa cosa vista da due angolature. Quando la politica smette di produrre significato, il consenso si erode lentamente e i ceti dirigenti si occupano di se stessi. E dall’altra parte non c’è, per ora, nessuno pronto a raccogliere: nel Pd si compila sotto l’ombrellone il toto-candidato per il 2028 con i nomi di sempre, mentre qualcuno migra verso le civiche. Un’opposizione che si riorganizza attorno a persone anziché attorno a un’idea di città non può trasformare le crepe altrui in occasione politica.
Intanto la transazione con il Monte chiude il contenzioso sul derivato del 2002 rinnovato nel 2005 — nel maggio 2024 il Tribunale aveva dichiarato nullo il contratto condannando la banca a restituire oltre 8,6 milioni — e libera circa 7,1 milioni di accantonamenti destinabili agli investimenti, con un milione riservato al rinnovo dei costumi e delle monture del Corteo Storico. Qui è l’essenza. Che la riconciliazione contabile tra la città e la sua banca si traduca immediatamente in monture nuove per il Corteo dice quanto sia ancora vivo l’antico meccanismo per cui il Palio assorbe ogni conflitto e lo restituisce in forma di rito. È politicamente impeccabile, e infatti nessuno chiede quale idea di città orienterà i sette milioni rimanenti: una domanda che esigerebbe conflitto vero, cioè visioni alternative, cioè politica.
Ed è precisamente questo il punto. Il cittadino che in queste settimane apra un giornale locale trova gruppi che cambiano nome in una mattina, congressi celebrati in un pomeriggio, dirigenti che si accusano di farsa e si rispondono citando il regolamento. Non trova nessuno che gli dica dove va Siena. Il teatrino delle geometrie mobili non è soltanto poco attraente: è attivamente disertante, perché insegna a chi guarda che la politica è una faccenda interna, una contabilità di posti e di sigle, un affare tra pochi che si conoscono da sempre. Quel punto e mezzo perduto dalla sindaca non è il segno di un’alternativa che avanza — non ce n’è — ma di una stanchezza che cresce. Chi si allontana dalle urne non lo fa per pigrizia. Lo fa perché ha imparato la lezione. E la lezione, ogni luglio, gliela impartiamo noi.





