
Il tavolo senza titolo
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Lo scarto e l’equilibrio
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C’è una parola, nel lessico della politica di provincia, che si tira fuori quando non si sa più cosa dire, e quella parola è traghettatore. La si adopera nei momenti in cui un partito non ha un timoniere ma soltanto qualcuno disposto a tenere il remo finché la corrente non decide da sé dove spingere la barca. Forza Italia senese il suo l’ha trovato: Lorenzo Lorè accompagnerà i forzisti fino al congresso di ottobre, con un’avvertenza tutt’altro che secondaria, giacché il suo — per stessa ammissione — «non è il nome spendibile per andare a occupare quella casella». Un traghettatore, dunque, che traghetta verso una riva che nessuno ha ancora nominato, e con ogni probabilità verso un traghettatore diverso da sé. Che è, se si vuole, la più onesta delle metafore: si affida la traversata a chi ha già dichiarato di non voler sbarcare.
Poi c’è il numero, e il numero è il momento più tenero di tutta la vicenda. «Poco più di trecento, trecentoventiquattro per l’esattezza», e quella precisione dice più di ogni comunicato, perché si contano gli iscritti con la scrupolosità con cui si contano le cose che si teme di perdere, si aggiunge il «per l’esattezza» come chi tiene alla dignità dell’ultima cifra. Trecentoventiquattro tessere in tutta la provincia non sono una débâcle, ma nemmeno il perimetro dentro cui pronunciare la parola «crescita» senza sorridere.
E naturalmente c’è la formula, l’immortale formula. Pallassini lascia la segreteria «per questioni personali», premurandosi di chiarire che non c’entrano né frizioni né problematiche, ed è l’alibi più antico della politica minore, quello per cui le dimissioni non hanno mai una causa ma sempre e soltanto un pretesto rispettabile. Chi le racconta sa di non essere creduto, chi le ascolta sa di non credere, e proprio in questa reciproca cortesia consiste il galateo del centrodestra amiatino e cittadino.
La sola voce che dica qualcosa di sostanza, ironia della sorte, è quella di chi se n’è andata. Lorenza Bondi lascia il partito — non l’assise, dove resta da esponente civica — e per una volta non si rifugia nel personale: la base moderata, dice, si è spostata verso Fratelli d’Italia e verso Meloni, e il fenomeno proseguirà «con l’avvento di Vannacci e di Futuro Nazionale». Quel curioso «non c’è stato un Eva contro Eva» resta come reperto lessicale, ma il senso è limpido, perché non si tratta di una lite tra persone bensì di una deriva di corpo: il moderatismo senese sta traslocando, e lo fa mentre il partito che dovrebbe custodirlo conta le tessere e cerca un segretario di «mediazione», possibilmente della «base storica» — cioè di quel poco che ancora si tiene insieme per abitudine più che per convinzione.
Ed eccoci allora al punto, a quel «Siena nel cuore» che tanto ci commuove. È l’insegna che la Bondi ha scelto uscendo da Forza Italia, e ha il pregio della presentabilità: chi mai obietterebbe a un amore per la città? Ma è sempre così, che quando una cosa comincia a spostarsi qualcuno prende a indossare un nome nobile come uno slogan, e sotto la copertina civica si intravede la destinazione vera. Perché la Bondi, a leggerne le parole, nel cuore non ha affatto Siena: ha Fratelli d’Italia. Lo dice lei stessa, quando indica dove la base moderata si sta spostando e a chi si guarda con favore, fino all’«avvento di Vannacci e di Futuro Nazionale». «Siena» è l’insegna che si tiene per decoro; Meloni è il partito che si tiene per convinzione. E c’è una sua sincerità, in fondo, in questo scarto: il cuore batte per una tessera nuova, ma sulla porta si scrive il nome della città, che non si nega a nessuno e non impegna con nessuno.
Resta la scena finale, che ha una sua grazia malinconica: un congresso d’ottobre incaricato di incoronare qualcuno alla guida di una barca che si svuota, un traghettatore provvisorio che accompagna verso un approdo non pervenuto, trecentoventiquattro fedeli — e chi è appena uscita, che issa la bandiera di Siena mentre il cuore, quello vero, ha già preso la tessera di Fratelli d’Italia.





