
IL VERDE CHE INGANNA. PERCHÉ IL RIALZO DI MPS IN BORSA LAVORA CONTRO I SUOI SOCI (E PERCHÉ PER INTESA È IL CONTRARIO)
28 Luglio 2026
. The Allman Brothers Band,
28 Luglio 2026
Pierluigi Piccini
Provo a spiegarlo a chi legge senza far parte di nessuna delle due squadre, perché è a lui che conviene vedere la scena per intero.
In questi giorni a Siena succedono due cose che sembrano diverse e sono la stessa. Da un lato la sindaca Nicoletta Fabio apre una polemica su una presunta casa di accoglienza a Costalpino — un progetto della Caritas che la Caritas stessa aveva già accantonato tempo fa, dopo aver parlato con i cittadini: cioè una polemica su qualcosa che non esiste. Dall’altro, dentro la destra, la consigliera Maria Antonietta Campolo lascia Fratelli d’Italia e passa al partito del generale Vannacci, e ne nasce un braccio di ferro su chi debba tenere la presidenza della Commissione Cultura. Due liti. Su un progetto inventato la prima, su una poltrona la seconda.
La domanda che chi legge dovrebbe farsi è semplice: di cosa stiamo parlando davvero? Perché in entrambi i casi l’oggetto del contendere è vuoto. Non c’è nessun centro di accoglienza a Costalpino. E la Commissione Cultura per cui ci si accapiglia — questa è la cosa che nessuno dice — non ha alle spalle una politica culturale di cui valga la pena discutere la presidenza. Ci si strappa di mano una funzione senza chiedersi mai che cosa quella funzione, in questi anni, abbia effettivamente prodotto.
Fin qui il Partito democratico ha visto giusto una cosa e sbagliato tutto il resto. Ha visto giusto quando dice che governare significa occuparsi dei problemi veri — le aziende che chiudono, gli affitti alle stelle, i giovani che se ne vanno, i servizi che arrancano — e non dei fantasmi. È vero. Ma poi commette l’errore che rovina l’intuizione: intitola tutto a Vannacci. «Anche la sindaca rincorre Vannacci. Ce la farà a superarlo?». E in quel momento perde. Perché nel momento in cui prendi l’avversario come metro — riuscirà a superarlo, di quanto lo insegue — lo hai già messo tu al centro. Non conta se lo fai per elogiarlo o per deriderlo: il gesto è identico, gli consegni la scena. Un generale che a Siena raccoglie qualche migliaio di adesioni su Facebook non è ancora nessuno; diventa qualcuno quando i suoi avversari cominciano a misurarsi su di lui.
E qui bisogna essere precisi, perché non tutti fanno lo stesso errore per la stessa ragione. Fratelli d’Italia, quando intima a Campolo di mollare la presidenza, non sbaglia affatto: fa esattamente ciò che gli conviene. Alzare la polemica sulla poltrona è la sua unica mossa possibile, perché sul merito — sulla cultura, su cosa si è fatto e cosa no — non ha niente da dire, e non lo può dire. Parlare di politica culturale significherebbe aprire un capitolo in cui il bilancio è il vuoto, e quel vuoto è suo tanto quanto della giunta. Trasformare una defezione interna in un caso pubblico gli serve proprio a spostare lo sguardo lì dove il conto non si vede: sulla sedia, non su ciò che sulla sedia si è prodotto. La lite è la copertura del nulla, non un passo falso.
Allora la strada giusta non è “ignorarli” nel senso di tacere — perché quando l’altro apre una sede e annuncia l’arrivo del generale a settembre, il silenzio sembra resa, non forza. La strada giusta è smettere di parlare di loro e cominciare a parlare delle cose. Presentare una proposta sulla sicurezza vera, mostrare le contraddizioni e le inadempienze di chi governa, obbligare l’avversario a inseguire te sul terreno dei problemi. Chi vuole davvero uscire dal gioco dell’altro non comincia nominandolo: comincia dai fatti, e lascia che sia l’altro, semmai, a doversi posizionare rispetto a lui.
Ma qui — e questo chi legge ha il diritto di sentirselo dire fino in fondo — la critica vale anche per chi la muove. Decentrare, spostare il discorso sulle cose, riesce a una sola condizione: che tu quelle cose ce le abbia. Che alla sicurezza tu sappia opporre una gestione, e non solo un’accusa; che alla cultura tu sappia opporre una politica culturale, e non solo il diritto di presiederne la commissione. Se sull’accoglienza, sulla sicurezza, sulla cultura anche chi sta all’opposizione arriva vuoto quanto chi governa — se sa dire «rincorre Vannacci» ma non sa dire cosa metterebbe al suo posto — allora il rimprovero si rovescia. E la sedia vuota non è più soltanto quella della Commissione Cultura o quella del centro di Costalpino che non c’è. È la sedia di tutti. Ed è per questo che, prima o poi, qualcuno ci guarda dentro.





