
Them – Gloria ft. Van Morrison
29 Luglio 2026Quattro giorni di finta pace
Per qualche ora, martedì, il mondo ha smesso di fingere la calma. Ecco l’essenziale.
Il Medio Oriente torna a bruciare. Dopo quattro giorni senza colpi, le Guardie della Rivoluzione hanno lanciato missili balistici contro le forze americane nella regione: un tentativo di attacco a sorpresa, intercettato per intero secondo il comando statunitense. In parallelo, forze americane e saudite hanno condotto raid congiunti in Iraq contro milizie allineate a Teheran. Il dettaglio che pesa è proprio questo: Riad, che finora aveva evitato di farsi risucchiare del tutto, entra in scena. Nello Stretto di Hormuz sono state colpite tre petroliere e il prezzo del greggio è tornato a salire. La tregua di questi giorni non era pace: era una pausa per ricaricare.
I due tavoli della Casa Bianca. Lo stesso giorno Trump ha ricevuto due volte il mondo. Netanyahu è uscito parlando di uno dei migliori colloqui di sempre, ma sotto i sorrisi restano fratture evidenti su chi stia davvero guidando la guerra. Con Zelensky, invece, un riavvicinamento impensabile fino a pochi mesi fa: al centro dell’incontro la produzione ucraina di intercettori Patriot su licenza e il tentativo di rianimare la diplomazia con Mosca. Nel pomeriggio Zelensky ha partecipato ai funerali del senatore Graham, tra i più tenaci sostenitori di Kyiv — segno di quanto il sostegno americano resti appeso a persone più che a istituzioni.
Il fatto che non ammette versioni. Poi il Giappone, che è il contrappunto di tutto: la realtà che non si lascia raccontare in due modi diversi. Un terremoto di magnitudo 7,1 — poi rivisto a 6,8 — ha colpito Kumamoto, nel Kyushu, con almeno tredici morti. Un centro commerciale è parzialmente crollato, con persone intrappolate dopo un’esplosione, mentre decine di migliaia di case restavano al buio. Qui non c’è interpretazione: c’è una parete che cade. È bene, ogni tanto, ricordarsene.
Il teatro dell’insulto. In America Latina la politica si è fatta spettacolo puro. A San Paolo, lanciando la candidatura di Flávio Bolsonaro, Milei ha attaccato Lula chiamandolo “presidiario” e il governo brasiliano “socialisti ladri”. Il Brasile ha richiamato il proprio ambasciatore da Buenos Aires; l’Argentina ha minimizzato — “differenze ideologiche” — escludendo ogni scusa. Un capo di Stato che va in casa d’altri a insultarne il presidente, e poi ne fa una questione di stile.
In Italia. E mentre fuori si torna alla guerra, dentro i confini restano due questioni che riguardano da vicino chi amministra un territorio. La prima è la spaccatura nella maggioranza sul fondo europeo per la difesa: Tajani annuncia di aver “prenotato” quasi quindici miliardi del programma Safe, la Lega frena e rimanda tutto all’Aula. Non è solo tattica di governo: è la domanda, ancora una volta, su chi decide dove va il denaro pubblico e per quali priorità.
La seconda è l’ex Ilva di Taranto. La Corte d’appello di Milano ha ordinato lo spegnimento dell’area a caldo entro novanta giorni; il governo deve ora rifare la gara sulla sola area a freddo e affrontare l’impatto occupazionale, mentre i sindacati proclamano otto ore di sciopero. È il nodo di sempre — lavoro, salute, ambiente, sovranità industriale — che nessuna sentenza da sola scioglie. Sullo sfondo, i nuovi scontri No Tav in Val di Susa e la quarta ondata di calore dell’estate, con città da bollino rosso.





