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6 Agosto 2026Lo Stretto libero e la frontiera chiusa
Letta tutta insieme, la cronaca di questi giorni compone una sola domanda, quasi impudica nella sua nitidezza: a chi è concesso muoversi, e a chi no. È la domanda che tiene insieme un missile su Kiev, un tanker che attraversa Hormuz, settantaduemila persone ammassate a Ceuta e un drone che insegue per strada un venditore ambulante. Il mondo che leggiamo stamattina non è fatto di episodi separati: è un unico dispositivo che stabilisce chi ha diritto di passaggio.
Sul fronte ucraino la logica è ormai quella dello specchio. I missili balistici russi che fanno quindici morti e decine di feriti a Kiev arrivano dopo che l’Ucraina ha intensificato i colpi contro le infrastrutture civili ed energetiche russe — i droni sul magazzino nella regione di Tula ne sono l’ultimo segno. Ciascuno colpisce ciò che tiene in vita l’altro: la corrente, il carburante, i depositi. Ma dentro questa contabilità reciproca c’è un’immagine che eccede la guerra e la denuncia da sé, quella che a Kherson chiamano già “safari umano”: un drone che rincorre e uccide un uomo qualsiasi, un ambulante, non un obiettivo militare ma una preda. È il punto in cui la guerra smette di somigliare a una strategia e diventa caccia, riduzione dell’altro a bersaglio mobile. E su tutto pesa il realismo gelido di chi la guerra l’ha comandata: Zaluzhnyi, oggi ambasciatore a Londra, che dice ciò che nessun politico osa — l’Ucraina nella NATO non entrerà mai. Non è resa, è la puntura di spillo che sgonfia una promessa tenuta in vita per anni come strumento di mobilitazione. Anche le alleanze, si scopre, sono passaggi che qualcuno può negare.
Poi c’è lo Stretto. Bessent e Rubio annunciano che Hormuz è “libero e aperto”, che un accordo con l’Iran è questione di ore, martedì o mercoledì; Trump avverte, con la consueta grammatica dell’ultimatum, che è l'”ultima occasione”; l’emiro del Qatar lavora ai fianchi per abbassare la temperatura. E le borse festeggiano. Qui la parola chiave — “libertà di movimento” — mostra il suo secondo volto: non è un diritto delle persone, è una categoria economico-militare. Lo Stretto deve restare aperto perché deve passare il petrolio. La stessa espressione che alle frontiere significa muro, qui significa via libera per le petroliere. E mentre si contratta il passaggio degli idrocarburi, arriva il numero che dovrebbe far vergognare: le otto maggiori compagnie petrolifere hanno incassato quasi novantatré miliardi di dollari di profitti in un solo trimestre, proprio grazie all’escalation che ha spinto il barile oltre i centoventisei dollari. La guerra e la crisi climatica non sono l’incidente del modello: sono il modello. Il prezzo che noi paghiamo alla pompa e in bolletta è, per pochi bilanci, la voce più florida dell’anno.
Sullo sfondo, la diplomazia si personalizza fino alla ritorsione. Washington revoca il visto all’ambasciatrice brasiliana perché Brasília non ha gradito l’uomo scelto da Trump per la propria sede e ha negato il visto a due diplomatici americani. È una guerra di passaporti tra Stati, la stessa logica del passaggio negato applicata al vertice: anche la sovranità di nominare i propri rappresentanti diventa merce di scambio. E in patria il Partito democratico si specchia nelle proprie fratture — il Michigan in bilico, la corsa al Senato troppo incerta per essere chiamata — a ricordarci che le divisioni interne pesano quanto i fronti esterni.
Infine Ceuta, che è il rovescio esatto di Hormuz. Là si tratta di aprire, qui di chiudere. Settantaduemila persone diventano “crisi”, e la destra radicale prova a trasformarle in battaglia identitaria — salvo fallire, come nota El País: “questo non è Torre Pacheco”. I ministri dell’Interno serrano i ranghi dietro la Spagna, indicano i trafficanti e “gli attori stranieri”, e poi fanno la cosa che l’Europa sa fare meglio: rinviano. Il dibattito vero sulle nuove regole migratorie slitta all’autunno. Lo Stretto dev’essere aperto entro mercoledì; la frontiera può aspettare ottobre. Le due velocità dicono tutto sulla gerarchia dei movimenti che consideriamo urgenti.
E qui entra l’Italia, perché ognuno di questi fili le passa attraverso il corpo.
Sull’energia, anzitutto. Un barile oltre i centoventisei dollari non è una notizia estera: è la nostra bolletta, è il margine di un’industria che si regge sul costo dell’energia, è il conto che arriva alle famiglie e alle imprese di un Paese che continua a chiamare “autonomia strategica” ciò che resta, nei fatti, dipendenza. L’accordo su Hormuz, se regge, ci farà tirare il fiato; ma ogni volta scopriamo di essere spettatori del nostro stesso destino energetico, decisi altrove, tra un segretario al Tesoro e un emiro. La sicurezza degli approvvigionamenti non è un tema da convegno: è la precondizione materiale della nostra sovranità.
Sulla migrazione, il rinvio europeo all’autunno è un rinvio che ci riguarda per primi. Il Mediterraneo centrale resta la rotta, l’Italia la frontiera avanzata, e la tentazione di trasformare i numeri in identità — la stessa che a Ceuta è fallita — è il veleno che avvelena da noi ogni stagione politica. Che l’Europa scelga di serrare i ranghi ma differire le regole significa lasciare gli Stati di primo approdo a gestire da soli l’emergenza mentre si litiga sulla ripartizione. È la solidarietà come promessa perennemente aggiornata alla riunione successiva.
E poi c’è il tema che, in fondo, è lo stesso di tutti gli altri tradotto in linguaggio finanziario: chi controlla ciò che passa. Il risiko bancario, l’OPAS su Monte dei Paschi, la questione del golden power sono la versione domestica della domanda sullo Stretto — quali flussi di capitale, quali centri decisionali possono attraversare liberamente la frontiera e quali lo Stato deve poter fermare a tutela di un interesse che chiamiamo nazionale. Una banca che è anche un nome, una storia, una sostanza da non confondere con il nome; e attorno a quel nome si gioca la stessa partita che si gioca a Hormuz e a Ceuta, con altri strumenti: chi decide il passaggio. Dire golden power, in questa luce, non è protezionismo nostalgico: è rivendicare che almeno su qualcosa la frontiera la disegniamo noi.
Resta, sopra tutto, l’immagine doppia con cui la giornata andrebbe archiviata. Da un lato il tanker che attraversa lo Stretto “libero e aperto”, accompagnato dal balzo delle borse e dai novantatré miliardi di profitto. Dall’altro il drone che insegue un ambulante per le strade di Kherson. Al petrolio e al capitale garantiamo la libertà di movimento come un diritto di natura; all’essere umano la contendiamo metro per metro, o gliela neghiamo con un ronzio sopra la testa. Tutta la politica di questi giorni sta in questa asimmetria — ed è da lì, non dai comunicati, che bisognerebbe ricominciare a giudicarla.





