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26 Settembre 2026Perché la lettera di Schlein a Meloni sull’energia non è ancora un’iniziativa politica: la svolta di Salerno spiazzava l’avversario, questa ha spiazzato gli alleati
di Pierluigi Piccini
Sul Foglio di questo fine settimana Siegmund Ginzberg, in “Sembravano bestemmie”, ripercorre l’appello del Pci del 1936 “ai fratelli in camicia nera”, la svolta di Salerno e il compromesso storico per recuperare una categoria smarrita: l’iniziativa politica, il gesto che rompe una situazione bloccata e costringe tutti a riposizionarsi. In chiusura indica come timido tentativo la lettera di Elly Schlein a Giorgia Meloni sull’energia, accolta da pernacchie come l’appello del 1936. Se sono fiori, scrive, fioriranno.
Il paragone merita di essere verificato fino in fondo. Schlein ha proposto al governo di discutere l’uso dei circa 14 miliardi spendibili entro il 2028 grazie alla deroga europea sui vincoli di bilancio, con un piano in cinque punti: aiuti alle imprese per ridurre il gas, pompe di calore, case popolari, trasporto pubblico, reti e accumuli, più una revisione della tassazione sull’elettricità. Meloni ha risposto che valuterà “senza pregiudizi”, cogliendovi un implicito riconoscimento del lavoro del governo. Conte, Bonelli e Fratoianni hanno chiuso la porta. La lettera non era concordata con gli alleati, e nel Pd più d’uno ha ammesso che il vero destinatario era Conte, in vista delle primarie.
Qui la storia smette di consolare e comincia a istruire. La svolta di Salerno funzionò per tre ragioni. Una lettura spietata dei rapporti di forza: la rivoluzione sognata non stava né in cielo né in terra, decidevano gli Alleati, la priorità era cacciare i tedeschi. Un fine superiore al partito che lo proponeva: ricostruire uno Stato. L’autorità di chi la lanciava, capace di tenere a bada i mugugni senza rompere. Il compromesso storico aveva la stessa struttura: dopo il Cile, la consapevolezza che il 51 per cento non basta quando la democrazia è sotto pressione. L’appello del 1936 falliva invece sul primo punto, perché scommetteva su una crisi del regime che non c’era.
Il tema scelto da Schlein è quello giusto. L’energia attraversa gli schieramenti, tocca bollette, imprese, sicurezza degli approvvigionamenti. Chi amministra un territorio che l’energia la produce da decenni, come l’Amiata con la geotermia, sa che su questo terreno la propaganda produce solo ritardi. Il problema non è il merito, è la forma dell’azione.
Un’iniziativa politica si riconosce da un segno: spiazza l’avversario, lo obbliga a scegliere tra due strade scomode. La lettera ha prodotto l’effetto contrario. Meloni ha potuto accogliere con condiscendenza e lasciare che fossero gli alleati del Pd a fare il lavoro sporco del rifiuto. Un gesto che disorienta il proprio campo e rassicura l’avversario non è un sasso nello stagno: è un sasso lanciato dentro casa.
C’è poi una differenza di sostanza tra il gesto che modifica le condizioni in cui si agisce e quello che si limita a comunicare una posizione. Il primo produce conseguenze che obbligano tutti a ricalcolare; il secondo vive nel ciclo breve dei media. Amendola, nel carteggio con Leonetti ricordato da Ginzberg, lo diceva chiaramente: un politico vale per quello che fa, non per quello che scrive. Una lettera sta dalla parte dello scrivere. Diventa un fare solo se dietro c’è un percorso che la rende irreversibile.
E c’è la questione dell’autorità. Togliatti poteva permettersi Salerno perché nessuno metteva in discussione il capo. Schlein guida un Pd che nei sondaggi arretra, oltre cinque punti sotto Fratelli d’Italia, dentro una coalizione dove la leadership è contesa apertamente. In queste condizioni ogni mossa verso il governo viene letta come manovra interna, e perde forza di rottura. Amendola aggiungeva un’altra lezione: diffidare delle frazioni e saper condurre le battaglie senza complicità compromettenti. Un’iniziativa vera non nasce dentro la corsa alla candidatura, perché ogni gesto viene misurato su chi ne guadagna.
La lettera non è stata un errore, ma non basta. Se il Pd crede davvero in una strategia energetica nazionale, il passo successivo è una proposta costruita prima con gli alleati, su un terreno dove le differenze sono reali, dalle trivellazioni alle reti, e poi portata al governo come proposta di un’intera opposizione. Solo allora Meloni dovrebbe scegliere tra un confronto che la vincola e un rifiuto che la espone.
Le iniziative che sembravano bestemmie diventarono svolte perché chi le compiva aveva letto il paese meglio degli altri e sapeva trascinarsi dietro il proprio mondo. I semi fioriscono, certo, ma nel terreno che qualcuno ha preparato. Senza quel lavoro, anche l’idea giusta resta una lettera.





