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28 Settembre 2026
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28 Settembre 2026Dieci anni dopo la morte di Giulio Regeni, a Roma la sentenza sui quattro agenti egiziani
Oggi la Prima Corte d’Assise di Roma si ritira per pronunciare la prima sentenza sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni. Sono passati 3.890 giorni dal ritrovamento del corpo del ricercatore friulano sulla strada tra il Cairo e Alessandria, nel febbraio 2016. Imputati, assenti, quattro uomini della National Security egiziana: per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato come esecutore materiale, la procura ha chiesto l’ergastolo; per gli altri tre diciassette anni e mezzo. Nessuno sarà probabilmente mai estradato, ma questa sentenza segnerà comunque una data.
Arrivare fin qui è stata un’impresa. L’inchiesta è andata avanti contro depistaggi sistematici, dalla falsa pista della banda di criminali comuni al rifiuto del Cairo di trasmettere perfino gli indirizzi degli indagati. Proprio questo aveva bloccato il processo nel 2021, finché la Corte costituzionale ha stabilito che un regime non può sottrarre i propri funzionari alla giustizia rifiutandosi di collaborare. Solo nel febbraio 2024 il dibattimento si è aperto.
In aula è emerso un quadro che l’accusa ha descritto senza ambiguità: non un delitto comune, ma un’azione di apparati dello Stato. Giulio, che studiava i sindacati indipendenti egiziani, fu sorvegliato, fermato e torturato per giorni. La difesa d’ufficio ha sostenuto che il regime non avesse interesse a guastare i rapporti con l’Italia; la procura ha parlato di un processo celebrato contro il silenzio e le menzogne. Perfino il perito nominato dalla Corte ha lavorato proteggendo la propria identità per timore di ritorsioni.
C’è poi la famiglia, che per dieci anni ha condotto una battaglia a mani nude, senza lasciarsi contaminare dall’odio, e le cui indagini difensive hanno fornito prove decisive, supplendo alla reticenza egiziana e alla timidezza italiana.
Qui la sentenza smette di essere solo un fatto giudiziario. Una condanna che attribuisca un omicidio di Stato a funzionari dei servizi egiziani può diventare un problema per il governo. L’Egitto è partner cruciale su gas, migrazioni e stabilità mediorientale, e la diplomazia ha scelto da anni di separare il caso Regeni dal resto delle relazioni, come se la verità su un cittadino torturato potesse restare chiusa in un’aula mentre si firmano accordi energetici. Una condanna renderebbe questa separazione sempre più difficile da sostenere.
Resta il valore simbolico, che non è poco. Una giustizia che non può arrestare i colpevoli può almeno nominarli, sottraendo il crimine all’oblio che il potere cerca di imporre. Non è un risarcimento, ma è il minimo dovuto alla memoria di Giulio e di chi, altrove, continua a scomparire nel silenzio.





