
Non basta lo sviluppo, serve l’innovazione: l’Amiata come laboratorio per uscire dalla crisi del lavoro senese
3 Ottobre 2026
Quando nei sotterranei dei Parioli si ballava su Paul Anka
3 Ottobre 2026Per un’economia circolare vera: lo scarto è un’invenzione umana, e capirne l’origine spetta alla filosofia prima che alla scienza
di Pierluigi Piccini
Parte prima. Lo scarto nasce dal modo in cui conosciamo: l’economia circolare come questione epistemologica
Quando si parla di economia circolare la parola passa quasi sempre alla scienza. È comprensibile: sono i laboratori a mostrare che il riccio di castagno contiene molecole preziose, che la Posidonia spiaggiata può diventare materiale, che l’anidride carbonica dei fluidi geotermici può essere catturata e rimessa in circolo. La scienza dimostra che si può fare, e il discorso pubblico si ferma lì, con un certo sollievo, come se il problema fosse risolto nel momento in cui è diventato tecnicamente affrontabile. Ma c’è una domanda che precede tutto questo e che nessun laboratorio può porre, perché il laboratorio comincia sempre dopo. È la domanda su che cosa sia uno scarto: non come si recupera, ma come è stato prodotto, e non sul piano della materia ma su quello della conoscenza. Finché resta senza risposta, l’economia circolare è un insieme di tecniche ingegnose applicate a un fenomeno che nessuno ha davvero compreso.
La scienza moderna conosce isolando. Prende un oggetto, lo separa dal suo contesto, ne fissa le proprietà rilevanti e mette tra parentesi il resto. È questo gesto che le ha dato la sua potenza, e non c’è nulla da rimpiangere. Ma ogni separazione lascia un residuo. Stabilire che cosa conta di una cosa significa stabilire, senza dirlo, che cosa non conta. Il frutto conta, il guscio no. L’energia conta, il gas che l’accompagna no. La spiaggia conta, l’alga che la ricopre no. Lo scarto non è un incidente del processo produttivo: è l’ombra che il concetto proietta sulla materia. Nasce nel momento stesso in cui definiamo un oggetto, perché definire vuol dire delimitare, e ciò che resta oltre il limite diventa, alla lettera, ciò che si scarta. Prima che nelle fabbriche, il rifiuto viene prodotto nelle categorie con cui pensiamo il mondo.
Per questo la scienza, da sola, non può risolvere un problema che ha contribuito a generare. Quando scopre gli antiossidanti nel riccio non supera la logica dello scarto, ne sposta il confine: ciò che stava fuori dalla definizione entra dentro e diventa a sua volta oggetto, risorsa, materia prima. Qui si annida il rischio più serio di tutta la retorica della circolarità. Se lo sguardo che produceva lo scarto resta lo stesso, valorizzarlo significa soltanto estendere quello sguardo anche a ciò che finora gli era sfuggito. Ogni foglia, ogni guscio, ogni molecola deve rendere; nulla può più restare inutilizzato. Non sarebbe il superamento dell’economia lineare ma il suo compimento: un mondo completamente mobilitato, nel quale anche l’ultimo margine di gratuità è stato messo al lavoro.
Un’economia circolare vera deve fare qualcosa di più difficile che recuperare. Deve cambiare il modo in cui conosciamo. Al posto di un sapere che isola, un sapere che vede ogni ente come un nodo di relazioni e non lo riduce alla funzione per cui lo avevamo separato. In una tradizione di pensiero nata lontano da noi nulla esiste per sé, ogni cosa sorge in dipendenza da altre, e dichiararne una inutile significa averla già strappata alla rete che la teneva in vita. Il riccio non era inutile prima che la biochimica se ne occupasse: nel bosco nutriva il suolo, si decomponeva in altro. La Posidonia sulla battigia non era sporcizia: tratteneva la sabbia contro le mareggiate. Era il nostro sapere a non vederle, perché le guardava solo in rapporto ai propri scopi. La conoscenza relazionale non aggiunge valore alle cose, restituisce quello che avevano già e che la definizione aveva tagliato via.
Ne discende una conseguenza che sembra paradossale ed è invece decisiva: un’economia circolare vera deve saper anche non utilizzare. Una parte di ciò che chiamiamo scarto non va valorizzata, va lasciata dov’è, perché lì svolge già una funzione che nessun processo industriale potrebbe sostituire. In un antico racconto cinese l’albero storto, che il falegname rifiuta perché inadatto alle travi, è l’unico che sopravvive, invecchia e dà ombra a chi passa: la sua inutilità è la condizione della sua durata. Il criterio non può essere la massima valorizzazione, ma la misura, cioè il saper distinguere il residuo da rimettere nel ciclo produttivo da quello da restituire a un ciclo che non ci appartiene.
E la misura non è una grandezza scientifica. La ricerca scopre che una possibilità esiste; decidere quali possibilità far maturare e quali lasciare dormire è un giudizio di valore, e il valore non è una proprietà delle cose ma una relazione tra le cose e un ordine di scopi. Lo stesso guscio è nulla in un ordine e risorsa in un altro: chi stabilisce l’ordine stabilisce che cosa sia scarto. Per questo la questione è inevitabilmente anche politica. Quando la legge classifica la Posidonia spiaggiata come rifiuto, fissa nella norma uno sguardo che poi nessun laboratorio riesce a scardinare. Le categorie giuridiche sono categorie epistemologiche che hanno acquistato forza di legge, e trasformare l’economia significa, prima di tutto, cambiare le parole con cui le istituzioni nominano le cose.
Resta una virtù che la circolarità vera richiede e che la retorica della sostenibilità quasi sempre ignora: l’onestà su ciò che si fa. Catturare l’anidride carbonica dei fluidi geotermici per farne un gas industriale non la sottrae per sempre all’atmosfera; buona parte vi tornerà. Ciò che si ottiene è che la stessa quantità non venga prodotta apposta altrove, da fonti fossili. Non è eliminazione, è sostituzione, e dirlo non sminuisce il gesto: lo rende vero. Un sistema che si dichiara circolare deve saper distinguere ciò che chiude, ciò che rallenta e ciò che sostituisce. La sua verità non sta nella perfezione del cerchio, ma nella precisione con cui sa indicare dove il cerchio non si chiude.
Bibliografia
Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano.
Gaston Bachelard, La formazione dello spirito scientifico, Raffaello Cortina, Milano.
Martin Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano.
Martin Heidegger, L’abbandono, Il Melangolo, Genova.
Nāgārjuna, Le stanze del cammino di mezzo, a cura di R. Gnoli, Boringhieri, Torino.
Zhuang-zi, Adelphi, Milano.
William McDonough, Michael Braungart, Dalla culla alla culla. Come conciliare tutela dell’ambiente, equità sociale e sviluppo, Blu Edizioni, Torino.
Ellen MacArthur Foundation, Towards the Circular Economy, vol. 1, 2013.
Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Norme in materia ambientale), Parte IV, artt. 183–184 bis, sulla nozione di rifiuto e di sottoprodotto.





