
La cultura come progetto, non come vetrina
2 Settembre 2026A porte chiuse: il Santa Maria degli Annunci
di Pierluigi Piccini
Si aprono le porte per far vedere che qualcosa si muove, ed è proprio l’apertura a certificare che ancora nulla si fa. Il titolo dell’iniziativa — «A porte chiuse» — è più veritiero di quanto i suoi promotori vorrebbero: perché ciò che si mostra, in quei diciottomila metri quadri restituiti per un’ora e un quarto allo sguardo dei senesi, non è un cantiere che comincia ma una soglia che dura. Si paga cinque euro per assistere all’aura di un vuoto alla vigilia della sua programmazione. Un turismo elegiaco del limbo, dove il commovente è precisamente ciò che l’operazione dichiara di voler far finire.
Vale la pena soffermarsi su quella «dimensione sospesa» che il comunicato celebra nel momento stesso in cui ne annuncia la fine. La parola gioca su due registri che l’istituzione tiene prudentemente separati. C’è il sospeso come potenza: lo spazio bello perché indeciso, carico di tutto ciò che potrebbe diventare e non è ancora, la soglia che vale più della stanza perché non ha ancora scelto cosa essere. Ma per chi ha amministrato questa città il sospeso ha anche l’altro volto, meno lirico: l’irrisolto. Il Santa Maria è in stato di sospensione non da ieri, e ogni stagione lo ripensa «su scala pluridecennale» — formula insieme onesta, perché è lavoro davvero lungo, e comodissima, perché l’orizzonte pluridecennale è anche il modo più elegante di rinviare. L’aura del limbo, a guardarla da vicino, rischia di essere il fiore che cresce sulla decisione mancata.
Qui la retorica ufficiale va presa in parola e riportata dove diventa vincolo — o meglio, dove il vincolo non c’è. Perché un Masterplan è un documento d’indirizzo: orienta, suggerisce, invita a pensare in grande. Non seleziona, non aggiudica, non lega nessuno a nulla. È, per sua natura, un atto che si ferma sulla soglia dell’obbligo — e lì resta. Presentare il video del coordinatore significa mostrare la sagoma del procedimento senza il procedimento, l’ombra dell’atto al posto dell’atto. Non manca questa o quella procedura — un concorso, una gara, quale che sia il nome dell’onere: manca l’atto che vincola in quanto tale, quello che sceglie un progetto e con esso si assume tempi, soggetti, responsabilità. E l’ombra non risponde alle domande a cui la cosa sarebbe tenuta a rispondere.
Sono tre, e non sono retoriche. Chi realizza? La Fondazione coordina, l’architetto coordina, ma coordinare non è realizzare: è la posa più comoda, perché non risponde di nulla. Quale progetto? Se i materiali finora circolati si contraddicono tra loro, non esiste nemmeno un «quale»: ce ne sono diversi, e nessuno scelto — che è il modo più raffinato di non scegliere spacciandolo per apertura, per pluralità, per metodo partecipato. E infine il perché: la finalità è enunciata in astratto — «nuovi luoghi di cultura e di vita per la città» — ma non giustificata contro le alternative, che è esattamente il lavoro che un atto vincolante è obbligato a svolgere in pubblico e che l’annuncio si risparmia. Enunciare una destinazione non è motivarla; e una destinazione non motivata contro le altre possibili è un desiderio, non una decisione.
Il cerchio si chiude proprio sulla sospensione da cui siamo partiti. Non è che l’aura del limbo sia un effetto collaterale del rinvio: ne è la forma compiuta. L’annuncio non prepara il cantiere, lo sostituisce — produce l’effetto del movimento senza il movimento, la visita a pagamento a ciò che sta per sparire e che poi, guarda caso, non sparisce, e resta lì pronto per il prossimo ripensamento decennale. La retorica del «deve tornare a vivere» è essa stessa il dispositivo che lo mantiene sospeso. Si dichiara di voler restituire quegli spazi alla città e intanto li si trattiene in un presente indefinito, dove l’unica cosa che accade è la loro esibizione.
C’è poi un rischio simmetrico che nessuno nomina. Contro la tentazione del reliquiario — il monumento imbalsamato, il Santa Maria ridotto a teca — è giusto pretendere che il complesso torni a ospitare la vita della città. Ma esiste anche la sovradeterminazione: lo spazio che «torna pienamente alla vita» perde precisamente la densità sedimentata che rendeva la visita commovente. Si può abitare senza saturare di funzione? Esiste un modo di riportare quei saloni alla vita che conservi una parte della loro sospensione, invece di consumarla tutta in destinazioni d’uso? È questa la vera domanda progettuale sotto la prosa istituzionale, ed è la domanda che l’annuncio, per costituzione, non pone.
Resta il nome, che a questo punto si scrive da sé. Nella tradizione, l’unico Annuncio era quello a cui seguiva un’incarnazione: il verbo si faceva carne. Qui il verbo non si fa mai cantiere. Da anni si annuncia, e l’incarnazione slitta — sempre di un decennio. Finché non arriverà l’atto che vincola, che sceglie, che risponde di sé, l’Antico Spedale continuerà a chiamarsi, con esattezza, Santa Maria degli Annunci.
N.B. — Nel giugno 2024 la Fondazione annunciò che l’iter si sarebbe chiuso con un concorso di idee: quattro studi internazionali invitati — Barozzi Veiga, Odile Decq, Hannes Peer, Studio LAN — un sopralluogo, e poi una giuria internazionale che avrebbe selezionato un vincitore, al quale affidare la realizzazione del Masterplan generale. Le parole d’ordine erano nette: «concorso», «giuria», «un vincitore», «passo storico». C’era, insomma, la promessa dell’atto che vincola — un soggetto scelto, un progetto scelto, una responsabilità assunta.
Due anni dopo quel concorso non esiste. Il Masterplan presentato nel maggio 2025 e poi nel maggio 2026 non è più una selezione con un vincitore: è il lavoro coordinato di tre studi — LAN, Odile Decq, Hannes Peer — sotto la regia di Luca Molinari. Barozzi Veiga è sparito per strada. Nessuna giuria, nessun vincitore, nessuna aggiudicazione. Il concorso annunciato si è dissolto, senza un atto che ne dichiarasse la fine, nel suo esatto contrario: la pluralità coordinata, cioè la non-scelta eretta a metodo. È, in miniatura, tutta la storia dell’Antico Spedale: si annuncia un vincolo e si consegna un rinvio.





