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23 Luglio 2026
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23 Luglio 2026Ci sono due domande da fare, e sono semplici. La prima riguarda l’aeroporto: chi ha detto che lì si può costruire? La seconda riguarda la piana lì accanto: quel campo, dopo, si coltiva ancora?
Nessuna delle due si può rispondere da fuori. Le carte le ha il Comune di Sovicille, ed è il Comune che può verificarle. Ma le domande si possono fare adesso, e adesso è l’unico momento utile.
Partiamo dalla prima.
Chiunque voglia aggiungere una stanza a casa propria deve dimostrare una cosa prima di tutte le altre: che il piano urbanistico del Comune lo consente. È una verifica meccanica, la fanno ogni giorno gli uffici tecnici, e serve a impedire che il territorio venga deciso caso per caso, da chi arriva con il progetto in mano.
Enac Servizi ha aperto la conferenza dei servizi e ha depositato quaranta pagine. Dentro ci sono un terminal nuovo di settemiladuecento metri quadri alto dodici metri, quattro hangar, piazzali, e un’area di sosta che salirà a settemilacento metri quadri. E c’è un numero: ottantaquattromilasettecentonovanta metri cubi di volumetria in più. Per dare la misura, è un piccolo quartiere. In mezzo alla campagna fra Sovicille e Rosia.
Il piano di Sovicille l’aeroporto lo conosce. Gli dedica un articolo apposta, il numero 80, e lo colloca nel capitolo della mobilità, insieme alle strade. Non fra le zone produttive, non fra le attrezzature pubbliche. È la classificazione che si dà a un’infrastruttura di transito. Se quel testo disciplini anche un programma di edifici con uffici, sale meeting e punti di ristoro, lo dice il testo: sta all’ufficio tecnico leggerlo.
C’è poi il Piano Strutturale, che sta un gradino sopra, e che all’aeroporto dedica una zona intera, la UTOE 7. Per ogni zona del Comune il Piano Strutturale fissa quanto ci si può costruire al massimo. Un tetto. Un numero preciso.
Quindi la domanda è questa: gli ottantaquattromila metri cubi stanno sotto quel tetto?
Se ci stanno, basta depositare il calcolo e la questione si chiude in mezza giornata. Se non ci stanno, non siamo davanti a un parere contrario da superare in conferenza: siamo davanti a un’opera che il piano non prevede. E per farla bisogna cambiare il piano. Cambiare il piano vuol dire una variante, e la variante passa dal consiglio comunale e da un tavolo con la Regione. In pubblico. Con un voto.
C’è poi un secondo conto da chiedere, ed è aritmetica delle medie. Settemiladuecento metri quadri per dodici metri di altezza fanno ottantaseimilaquattrocento metri cubi: il solo terminal supererebbe l’intero aumento dichiarato. Aggiungendo i tre hangar da mille metri quadri per tredici metri e quello da duemilacinquecentocinquanta per venti, si arriva intorno ai centosettantaseimila. Una spiegazione può esserci: il terminal potrebbe svilupparsi su più piani, le demolizioni potrebbero essere già scontate, le altezze potrebbero essere misurate diversamente. Sono ipotesi legittime. Ma la scelta fra le tre non la fa il lettore: la fa il computo metrico, che esiste o deve esistere, e che nessuno ha visto.
A questo punto arriva l’obiezione che circola già: l’area è demanio dello Stato, la competenza è di Enac, il Comune parla ma non conta. È vera a metà, e la metà mancante è decisiva. Esiste una procedura che consente alle opere dello Stato di prescindere dal piano comunale. Ma è una procedura: va avviata formalmente, va dichiarato che quell’opera è opera di interesse statale, e si arriva a un’intesa con la Regione, con il Comune chiamato a esprimersi. Cioè bisogna fare alla luce del sole esattamente ciò che finora si è evitato di fare.
Veniamo alla seconda domanda.
A pochi chilometri dal sedime, nella piana di Orgia — che è frazione di Sovicille — è in ponte un progetto di agrivoltaico dieci volte più esteso dei venti ettari previsti dentro l’aeroporto.
Agrivoltaico non vuol dire un campo coperto di pannelli. Vuol dire pannelli sollevati da terra, con l’agricoltura che continua sotto. La legge, aggiornata a gennaio di quest’anno, è precisa: i moduli devono stare almeno a un metro e trenta dove passa il bestiame e a due metri e dieci dove passano le macchine agricole, e almeno il settanta per cento della superficie deve restare coltivabile. Chi presenta il progetto deve allegare l’attestazione di un tecnico sul mantenimento di almeno l’ottanta per cento della produzione agricola. E per cinque anni dopo l’accensione dell’impianto è il Comune a dover verificare che quella coltivazione ci sia davvero. Se non c’è, l’impianto è difforme dal titolo, con sanzioni e obbligo di ripristino.
Su questo la Corte costituzionale si è pronunciata il 16 luglio, una settimana fa. Ha confermato che nelle zone agricole i pannelli non si possono appoggiare a terra e ha salvato l’agrivoltaico. Ma ha aggiunto una cosa che vale ben oltre il caso: non basta chiamarlo agrivoltaico. Contano le caratteristiche tecniche e il rapporto reale fra impianto, suolo e produzione agricola.
Il nome non è la sostanza. E il controllore, per cinque anni, è il Comune.
Anche qui una verifica preliminare spetta agli uffici: le regole nuove non si applicano ai procedimenti già avviati quando la legge è entrata in vigore. Se l’istanza di Orgia è anteriore, vale la disciplina precedente, e allora l’ottanta per cento della produzione agricola non è opponibile. È la prima cosa da guardare, prima di costruirci sopra qualunque ragionamento.
Adesso mettiamo insieme le due domande, perché sono una sola.
Il progetto di Ampugnano è arrivato in conferenza diviso. Il fotovoltaico è «escluso al momento». La torre di controllo e la pista sono «rimandati nel caso a una fase successiva». Sul tavolo restano il terminal, gli hangar, i piazzali, i parcheggi. La divisione serviva a evitare che qualcuno guardasse l’insieme.
Solo che le scorciatoie stanno attaccate proprio ai pezzi che sono stati tolti. È la pista a fare l’infrastruttura nazionale. È l’area aeroportuale a rendere semplice l’autorizzazione dell’impianto elettrico. Quello che resta sul tavolo — capannoni, un edificio per il pubblico, dei parcheggi — è edilizia. E l’edilizia risponde al Comune.
Per cui qualunque risposta diano costa qualcosa. Se dicono che sono opere edilizie ordinarie, allora si contano i metri cubi e si guarda il piano. Se dicono che è un’opera statale strategica, allora è unitaria, e ci rientrano la pista e i venti ettari che avevano messo fuori. Non si può avere l’esenzione della grande opera e la leggerezza della piccola.
E c’è una coincidenza che nessuno ha fatto notare. Il Comune che deve dare il parere sull’aeroporto è lo stesso che per cinque anni dovrà verificare se sotto i pannelli di Orgia si coltiva davvero. Stessa autorità, stessa piana, stesso mese.
Restano pochi giorni. Il Comune di Sovicille ha quindici giorni per chiedere le integrazioni, e chiederle sospende i termini. Poi corrono trenta giorni per il parere e quarantacinque per la chiusura, con il silenzio che vale come sì. Tutto ad agosto, quando gli uffici lavorano a mezzo servizio.
Non serve schierarsi per fare due domande semplici. Quanti metri cubi consente il piano. E quel campo, dopo, si coltiva ancora.
Sono le domande che si fanno a chiunque presenti una pratica. Non si capisce perché non si debbano fare a un’opera da decine di milioni di euro pubblici. E soprattutto perché non si debbano fare adesso, che è l’unico momento in cui una risposta serve ancora a qualcosa.





