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C’è una liturgia ben collaudata nella gestione delle crisi industriali italiane. Si convoca un tavolo. Si aspetta il tavolo. Si commenta il tavolo. Si convoca un altro tavolo. Nel mezzo, i lavoratori invecchiano in cassa integrazione.
La vertenza Beko di Siena — lo stabilimento di viale Toselli, centocinquanta persone sospese in un limbo di ammortizzatori sociali — sta seguendo questo copione con una precisione quasi didattica. Oggi si riunisce al Ministero delle Imprese il tavolo romano, cinque giorni dopo quello regionale, che Beko e il suo advisor Sernet hanno ritenuto di non doversi nemmeno degnare di frequentare. Assenza che la dice lunga sulla qualità dell’impegno di chi ha firmato un accordo un anno fa assumendosi — formalmente — la responsabilità della bonifica e del rilancio industriale del sito.
Un anno. Trecentosessantacinque giorni. E al tavolo di oggi l’ordine del giorno prevede un «resoconto del percorso effettuato». Il percorso. Come se il camminare in cerchio costituisse una direzione.
Qual è lo stato dell’arte? Non esistono investitori con un nome e un cognome. Non esiste un progetto esecutivo di bonifica — che pure dovrebbe essere prodotto nei prossimi tre mesi, dettaglio non secondario visto che senza bonifica non c’è reindustrializzazione e senza reindustrializzazione non c’è futuro. L’idea circolante è quella di lottizzare lo stabilimento, affidando la bonifica agli stessi soggetti reindustrializzatori tramite un bando apposito. Bando che non esiste ancora. Soggetti reindustrializzatori che non hanno ancora un nome. Una scatola cinese di condizionali che rimanda ogni risposta al prossimo condizionale.
Massimo Martini della Uilm lo dice con la chiarezza secca di chi ha imparato a leggere tra le righe di mille comunicati: questa procedura ci riporta alla fase iniziale. Non è un’accusa, è una constatazione. Chi ha firmato l’accordo deve agire con celerità, dice. È una frase educata. Tradotta: finora non l’ha fatto.
Il consigliere di Sviluppo Industriale Siena Gabriele Corradi ha citato, durante l’audizione, un’azienda di Castelfiorentino interessata a gran parte dello stabilimento, disposta anche ad assorbire i centocinquanta lavoratori in cig. Un nome? No. Una ragione sociale? No. Un’evidenza documentale? No. Un’azienda di Castelfiorentino. Punto. Nel mondo dei tavoli istituzionali, questo conta come un’informazione. Nel mondo reale, conta come niente.
Daniela Miniero della Fiom non usa giri di parole: le informazioni ricevute sono state «insoddisfacenti, ambigue e confuse». Sernet ha prospettato tre soggetti interessati senza rivelarne l’identità. Tre fantasmi. E i fantasmi, si sa, non assumono nessuno.
Il conto alla rovescia è questo: a dicembre 2027 la cassa integrazione finisce. Mancano meno di venti mesi. Non è un’eternità, è un battito di ciglia nei tempi della burocrazia industriale italiana, dove un bando si prepara, si condivide con le parti sindacali, si pubblica, si attendono le offerte, si valutano, si tratta, si firma, si avvia. E poi comincia la bonifica. E poi, forse, arriva qualcuno a produrre qualcosa.
Giuseppe Cesarano della Fim Cisl chiede «passi in avanti concreti» e «tempi certi». Ha ragione. Ma chi li dà, i tempi certi, in una vertenza dove l’azienda titolare dell’accordo diserta i tavoli regionali e l’advisor gestisce la comunicazione con tre nomi senza nome?
Il tavolo ministeriale di oggi potrebbe dire qualcosa in più, scrive la cronaca. Oppure potrebbe dire qualcosa di meno, con parole più numerose. La storia delle vertenze industriali italiane insegna che i tavoli servono spesso a questo: a guadagnare tempo trasformando l’urgenza in procedura, la crisi in agenda, i lavoratori in pratiche.
Centocinquanta persone a Siena stanno aspettando che qualcuno smetta di aspettare.





