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Dichiararsi uniti
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di Pierluigi Piccini
In una giornata costruita per rivendicare il peso del Comune, l’intervento più utile è stato quello che quel peso lo ha ridimensionato. Vanni Griccioli di Per Siena ha detto, senza giri di parole, ciò che l’aula preferiva non pronunciare: un consiglio comunale non possiede azioni, non siede in nessuna assemblea, non firma autorizzazioni. La sorte del Monte si decide su tre tavoli — quello degli azionisti, quello delle autorità di vigilanza, quello del governo con la sua leva regolatoria — e a nessuno dei tre la città ha un posto. Non è una diminuzione da nascondere: è la natura delle cose, e riconoscerla è la premessa di qualunque azione seria.
Vale la pena fermarsi su questa distinzione, perché tocca il merito e non il tono. Per un giorno l’assemblea si è raccontata come un attore della partita, quando è, per costruzione, uno spettatore che vuole farsi sentire dal campo. Chi possiede i titoli decide con i titoli; chi vigila decide con le regole; chi governa decide con i poteri che la legge gli assegna. Il consiglio non ha nessuna di queste tre leve, e nessuna quantità di unanimità gliene procura una. La retorica della difesa nazionale serve, tra le altre cose, a coprire questo vuoto: dire nazionale una contesa che si può soltanto commentare da qui aiuta a non ammettere che la sede della decisione è altrove.
E però da questa constatazione, che sembra una resa, viene invece l’unica indicazione operativa emersa nella seduta. Se l’assemblea civica non delibera sul Monte, resta pur sempre l’unica istituzione che sa fare una cosa che nessuna delle tre può fare al posto suo: convertire il consenso in domanda. Non la pressione morale, che si esaurisce nell’applauso di chi la esprime; non il proclama, che invecchia nel tempo di un comunicato. Una richiesta precisa, indirizzata a chi ha davvero la leva, e verificabile — cioè formulata in modo che si possa poi controllare se è stata accolta o elusa. È la differenza tra chiedere «tutela e integrità», parole che nessuno può negare perché nessuno è tenuto a onorarle, e chiedere qualcosa di cui sia possibile, a distanza di mesi, misurare l’esito.
Qui la giornata ha mostrato la sua crepa. Le mozioni approvate all’unanimità sono, quasi tutte, sostantivi: integrità, autonomia, radicamento, presenza. Bellissimi e inservibili finché restano tali, perché non contengono un destinatario né una scadenza. Una domanda verificabile, al contrario, ha entrambi: dice a chi si rivolge — il governo sulla quota residua, l’autorità di vigilanza sui presidi occupazionali, l’offerente sulle garanzie di rete — e dice entro quando. Ciò che l’unanimità disperde in coro, la domanda lo concentra in un atto di cui qualcuno dovrà pur rispondere.
Non è un dettaglio procedurale, ma la sola forma di potere che a un ente senza titoli e senza voto resti davvero in mano. Le comunità che hanno perso, altrove, il governo delle proprie istituzioni economiche non l’hanno perso in una mattina: l’hanno ceduto un grado alla volta, ogni volta che si sono accontentate di essere ascoltate in cambio di non essere più determinanti. L’ascolto gratifica e non impegna; la domanda verificabile, invece, mette il destinatario nella scomoda posizione di dover dire di sì o di no, e di lasciarne traccia. È poco, misurato sui tre tavoli. Ma è esattamente quel poco che distingue una città che chiede da una che si limita a dichiararsi unita — e che scoprirà, quando i «per ora» saranno scaduti, di aver parlato molto e domandato nulla.





