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Il vuoto della sinistra
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di pierluigi piccini
Chi scrive di queste cose finisce prima o poi per chiedersi se stia parlando da solo. È una domanda onesta, e la risposta è che no, non lo sono: il pensiero che assomiglia al mio esiste, e circola. Solo che è disperso, coltivato a pezzi, ciascuno nel proprio recinto disciplinare, senza che nessuno lo raccolga in un disegno. C’è una piccola ironia in tutto questo. Una critica alla recinzione che resta a sua volta recintata, chiusa in appezzamenti separati che non comunicano, è la prova vivente del male che denuncia.
Proviamo a vederli, questi appezzamenti. C’è chi ha letto l’estrazione dei dati come una forma nuova di colonialismo: la vita sociale di miliardi di persone trasformata in materia prima, la stessa logica di una periferia che alimenta un centro, solo che la terra lontana da spremere è oggi il deposito digitale del quotidiano. È un pezzo del mio ragionamento, ed è pensato bene. Ce n’è un altro che descrive ciò che ne nasce non più come mercato ma come feudo: non si vende un prodotto, si riscuote un pedaggio, un affitto su un bene comune, e chi lo riscuote non è un imprenditore ma un signore del cloud. Anche questo lo condivido parola per parola. Un terzo appezzamento immagina la via d’uscita: la titolarità pubblica e democratica dell’infrastruttura, la proprietà collettiva di ciò che oggi è rendita privata. E ce n’è uno più antico, e per me decisivo, che ha dimostrato sul campo — con l’acqua, i pascoli, le foreste — che i beni comuni si possono governare insieme, senza consegnarli né al mercato né al Leviatano dello Stato.
Ognuno di questi frammenti tocca una parte del vero. Ma restano, appunto, frammenti. Chi parla di colonialismo raramente arriva alla proposta di governo; chi immagina la proprietà pubblica di rado risale alla natura coloniale dell’estrazione; chi ha studiato i beni comuni lo ha fatto quando l’oggetto non erano ancora i dati e il calcolo. È un sapere spezzettato, che possiede tutti i pezzi del mosaico e non compone la figura. E manca, soprattutto, l’anello che a me pare il più urgente: l’intuizione che il grande discorso sull’apocalisse — la macchina che si ribella, la specie che si estingue — non sia soltanto ingenuo, ma funzionale. Serve a chi costruisce, perché trasforma una questione di potere in una questione di destino, e sposta lo sguardo dalla domanda scomoda, di chi sono i dati, alla domanda innocua, se sopravvivremo.
Qui viene il punto che negli appezzamenti altrui non trovo, e che considero mio. Nessuno di quei pensieri fa il passo che a me sembra obbligato: dire che questo terreno — la proprietà collettiva, il lavoro, i beni comuni, la sovranità sui mezzi che producono valore — è, per storia e per vocabolario, il terreno della sinistra, e che davanti alla più grande recinzione di risorse comuni dai tempi delle enclosure la sinistra ha abdicato. Gli altri analizzano; io accuso. Loro descrivono un processo; io indico un’assenza e chiedo conto a chi quel campo lo ha lasciato incolto. È la differenza tra una diagnosi e una presa di posizione, ed è la ragione per cui, pur non essendo solo, non mi ritrovo del tutto in nessuna delle voci che pure stimo.
Non è vanità rivendicarlo. È che la sintesi non è la somma dei pezzi: è un atto in più, e quell’atto è politico, non teorico. Finché quei frammenti restano ciascuno nel proprio recinto, servono a capire il mondo e non a cambiarlo. Il primo gesto, allora, è lo stesso che chiedo per i dati e per l’infrastruttura: togliere le staccionate. Rimettere in comune un pensiero che è già di molti e che nessuno, per ora, ha osato riunire. Perché un sapere recintato somiglia terribilmente alla cosa che vorrebbe combattere, e un’idea, per diventare forza, ha bisogno esattamente di ciò che a questa tecnologia manca: qualcuno che se ne assuma, pubblicamente, la responsabilità.
Nota bibliografica
L’immagine dell’estrazione dei dati come una forma nuova di colonialismo — la vita sociale trasformata in materia prima, la periferia che alimenta il centro — è al cuore del lavoro di Nick Couldry e Ulises A. Mejias, The Costs of Connection (Stanford University Press, 2019), poi ripreso in chiave più militante in Data Grab (2024). La lettura del nuovo assetto non più come mercato ma come sistema di pedaggi e rendite, con i “proprietari del capitale cloud” al posto dei vecchi capitalisti, è la tesi di Yanis Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo (La nave di Teseo, 2023), che si incontra con l’analisi del “tecno-feudalesimo” di Cédric Durand, Techno-féodalisme. Critique de l’économie numérique (Zones-La Découverte, 2020).
Sul versante della cornice — il capitalismo delle piattaforme come forma economica a sé — resta di riferimento Nick Srnicek, Platform Capitalism (Polity, 2016); la proposta di una titolarità pubblica e democratica dell’infrastruttura digitale, di un “socialismo di piattaforma”, è invece di James Muldoon, Platform Socialism (Pluto Press, 2022). Alla distinzione tra chi il valore lo crea e chi si limita a estrarlo lavora Mariana Mazzucato, Il valore di tutto (Laterza, 2018).
Il finale — i beni comuni che si custodiscono insieme, senza consegnarli né al mercato né allo Stato — ha una radice precisa nel classico di Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi (Marsilio, 2006; ed. orig. Governing the Commons, 1990). Infine, l’idea che il discorso apocalittico sull’intelligenza artificiale sia funzionale a chi la costruisce, perché muta una questione di potere in una questione di destino, è argomento ricorrente negli interventi di Evgeny Morozov sulla stampa internazionale degli ultimi anni.





