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10 Ottobre 2026Severino e l’economia circolare: perché combattere lo scarto significa rifiutare il nulla
di Pierluigi Piccini
Il canale Sapiens Sapiens ha pubblicato in questi giorni una lunga conversazione con Giulio Goggi, allievo di Emanuele Severino e tra i maggiori studiosi del suo pensiero, in occasione della nuova edizione del suo libro “Emanuele Severino, il filosofo dell’eternità”. Il cuore della discussione è la tesi che ha reso Severino uno dei filosofi più radicali del Novecento: ogni cosa, in quanto è, è eterna. Una penna che cade, si spezza e diventa polvere non finisce nel nulla. La penna intera, la caduta, i frammenti e la polvere sono ciascuno un essente eterno, che entra e esce dall’orizzonte di ciò che appare. Pensare il contrario significa pensare che qualcosa che non è niente diventi niente, ed è la contraddizione per eccellenza. L’Occidente, secondo Severino, ha costruito tutta la propria storia su questa contraddizione, cioè sulla fede che le cose escano dal nulla e vi ritornino. Da questa fede discendono la metafisica, la religione, la politica e infine la tecnica, che è la forma più compiuta della volontà di far essere e non essere le cose a piacimento.
Ascoltando quel dialogo mi sono accorto che stavo leggendo, con altre parole, ciò che avevo cercato di dire nei tre articoli sull’economia circolare pubblicati all’inizio di ottobre. In quei testi sostenevo che lo scarto è un’invenzione umana, che nessun altro vivente lascia dietro di sé qualcosa che non rientri in un ciclo, e che l’economia lineare ha bisogno di un fuori, di un altrove in cui gettare ciò che non serve. La discarica è il luogo in cui una società finge che le cose smettano di esistere. È, in senso letterale, il nulla dell’economia. Ma le cose non spariscono. Il mercurio dell’Amiata non è svanito con la chiusura delle miniere: è rimasto nei suoli, nelle acque, nei corpi di chi ci ha lavorato. La crisi ecologica è la prova materiale che l’annientamento è un’illusione. Ciò che credevamo consegnato al niente ritorna e ci chiede conto.
Il legame tra le due cose però non è immediato, e un severiniano rigoroso avrebbe un’obiezione seria da fare. Chi combatte lo scarto vuole salvare le cose dal perdersi. Ma salvare qualcosa presuppone che possa andare perduta. Se nulla può diventare niente, da che cosa si sta salvando il riccio di castagno o il residuo di lavorazione? In questa prospettiva l’economia circolare sarebbe ancora una forma di nichilismo: il tentativo di rimediare al nulla con gli strumenti che il nulla presuppone.
La risposta, credo, sta in una distinzione semplice. Non si tratta di salvare le cose dal nulla, che per Severino è impossibile. Si tratta di impedire che vengano trattate come nulla, e questo invece accade ogni giorno. Il nulla che un amministratore può combattere non è un evento dell’essere, è un gesto della società. È il gesto che abbandona un paese perché non serve più all’economia che lo aveva fatto nascere, che lascia i veleni nei territori di chi ha meno voce, che usa le braccia dei braccianti finché servono e poi le fa sparire. Nel terzo articolo avevo scritto che esiste una geografia del rifiuto che ricalca la geografia del disprezzo, e che il razzismo è l’esito estremo della logica dello scarto, perché dichiara che esistono esseri umani che possono essere gettati fuori. È la stessa follia che Severino denuncia sul piano dell’essere, vista dal basso: la pretesa di trattare qualcosa come se fosse niente.
C’è poi un secondo punto di incontro, che riguarda la tecnica. Nel primo articolo sostenevo che un’economia circolare vera deve saper anche non utilizzare. Se lo sguardo che produceva lo scarto resta lo stesso, trasformare ogni foglia, ogni guscio, ogni molecola in materia prima significa soltanto estendere il dominio della tecnica a ciò che finora le era sfuggito. Una parte di ciò che chiamiamo scarto va lasciata dov’è, perché lì svolge già una funzione. I ricci lasciati nel castagneto nutrono il bosco. Pretendere che tutto renda è il paradiso della tecnica che Severino aveva previsto. Lasciare che alcune cose siano, senza chiedere loro un profitto, è forse il gesto più vicino al suo rispetto per l’essere di ciascuna cosa.
Il terzo punto è quello che mi tocca di più. Nel secondo articolo ricordavo che il primo segno dell’umano, per chi studia la preistoria, è la sepoltura. Il cadavere è lo scarto per eccellenza, ciò che resta quando la vita se n’è andata, e l’umanità nasce rifiutandosi di gettarlo. La tomba è la prima forma di economia circolare dello spirito: ciò che è finito non viene buttato ma custodito. Concludevo che ciò che è caduto non è, per questo, finito. È una frase che un severiniano potrebbe sottoscrivere quasi per intero.
Quasi, appunto. Perché tra la mia posizione e quella di Severino resta una distanza che non voglio cancellare. Per lui nulla va nel nulla per necessità, e tutto ciò che accade è necessario che accada così come accade. Nei miei articoli invece il non gettare è un compito, qualcosa che una comunità può fare o mancare. Ho scritto che nel mondo materiale il ritorno dell’identico non esiste, che ogni trasformazione consuma energia e ne degrada una parte, e che per questo la figura giusta non è il cerchio ma la spirale. Ho scritto che lo scarto è un futuro passato, una possibilità inscritta in ciò che è stato e in attesa di essere riconosciuta. E ho scritto che l’uomo è l’unico vivente che produce rifiuti perché non è incastonato nel suo ambiente: tra l’impulso e l’atto si apre in lui una distanza in cui abita la libertà, e scegliere significa sempre scartare qualcosa. Severino non accetterebbe nessuna di queste affermazioni. Per lui la possibilità è il nome più gentile del nulla, e la libertà appartiene all’essenza stessa del nichilismo.
Eppure è proprio in questa distanza che si apre lo spazio della politica. Se tutto è necessario, la cura diventa un’illusione. Se invece l’intuizione di Severino, che nulla deve essere consegnato al niente, viene presa non come una legge dell’essere ma come una misura dell’agire, diventa il criterio più esigente che un amministratore possa darsi. Severino dice che è impossibile annientare. Io dico che è ingiusto trattare qualcosa, o qualcuno, come annientabile.
Resta un rischio, e va detto con chiarezza. L’immagine del cerchio che non ammette un fuori, se spinta all’estremo, può trasformarsi in una totalità che non lascia nulla libero, in una sorta di panteismo laico in cui la natura diventa un tutto sacro e il singolo conta solo come funzione del ciclo. È una deriva che la cultura ecologista conosce bene. Per questo la spirale è importante: resta aperta, ha bisogno di un flusso che viene da fuori, come il calore che sale dalla terra sull’Amiata, e lascia all’uomo la sua natura di deviazione, di essere incompiuto. Il cerchio deve proteggere i singoli, non assorbirli.
Su che cosa va respinto, dunque, il filosofo dell’eternità e chi amministra un piccolo comune di montagna possono trovarsi d’accordo: nessuna cosa e nessuna persona va gettata fuori come se fosse niente. Su quasi tutto il resto il disaccordo rimane. Ma è un disaccordo fecondo, perché obbliga a pensare ciò che si fa ogni giorno, quando si decide che cosa custodire, che cosa lasciar riposare e chi non debba mai essere spinto ai margini. Le castagne rimaste a terra dopo la raccolta, per Severino, non andranno da nessuna parte. Per me conta che qualcuno, domani, possa ancora raccoglierle.





