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Dalla Grecia antica ai regimi contemporanei, un saggio di Bradatan riflette su intellettuali che hanno sfidato l’autorità pagando con la vita la coerenza. Socrate, Ipazia, Bruno, Moro, Patocka: figure diverse unite dalla scelta di non separare gli ideali dalla vita, in un testo che è anche una meditazione radicale sulla fine e sul senso dell’esistenza
Si può anche oggi perdere la vita, o metterla a rischio pagando pesantemente, con persecuzione e carcere, a causa delle proprie opinioni: basti pensare ai casi recenti della giornalista Politkovskaja e al dissidente Navalny, vittime del regime dittatoriale di Mosca, o ai martiri di Tibhirine, uccisi brutalmente per la loro fede cristiana da un gruppo di terroristi islamici in Algeria. O al magnate dei media cinese Jimmy Lai, sostenitore della libertà di espressione a Hong Kong, in prigione dal 2020 in quanto cattolico e oppositore del Partito comunista. Ha ragione, perciò, il filosofo Costica Bradatan ad ampliare anche al mondo attuale le tesi esposte nel suo libro Morire per le idee (Il Saggiatore, pagine 302, euro 26,00; traduzione di Olimpia Ellero). Il volume del pensatore romeno-americano, professore di Studi umanistici alla Texas Tech University nonché honorary professor all’Università del Queensland in Australia, si concentra su alcuni filosofi del passato, da Socrate a Ipazia, da Tommaso Moro a Giordano Bruno fino a Jan Patocka, uno dei leader di Charta 77 brutalmente picchiato dalla polizia segreta comunista cecoslovacca nel 1977, tanto da morirne. Ma come rileva nella prefazione all’edizione italiana, «la condizione di un pensatore costretto a mettere a rischio la sua incolumità fisica per amore delle proprie idee» non è solo il retaggio del passato e tocca non solo Paesi come Russia, Cina, Iran e Venezuela, ma persino gli Stati Uniti. « Poco cambia – aggiunge Bradatan – se questo genere di persecuzioni è condotto da potenti circoli accademici in nome della politically correctness, oppure da governi per combattere quella stessa politically correctness.
Lo scopo è identico: l’eradicazione del dissenso».
Il caso di Socrate nell’antica Grecia viene assunto come paradigmatico del pensatore che non è disposto a rinunciare alla propria concezione della vita per salvarsi, ma tutte le figure di cui viene tratteggiata la vita e l’opera hanno in comune, oltre alla tragica fine per opera del potere costituito, che fosse politico o religioso, la scelta di non restare chiusi nel proprio mondo speculativo ma di assumere un impegno pubblico per la diffusione delle proprie idee. La filosofia diviene in questi casi una pratica di vita, «non un argomento di cui parlare ma un ideale da incarnare ». Un’arte di vivere insomma. La vicenda di Ipazia è emblematica, perché la filosofa neoplatonica aveva il culto della tolleranza e della non violenza ed era stimata tanto da avere come discepolo il cristiano Sinesio di Cirene, che sarebbe divenuto vescovo. Ma la sua attività dava fastidio al potente patriarca di Alessandria Cirillo che la considerava una rivale. Di lì, come noto, l’ordine di ucciderla messo in atto da un gruppo di fanatici sanguinari, i parabalani, che non solo la misero a morte brutalmente ma ne fecero a pezzi il corpo dandogli poi fuoco. Una sorte simile sarebbe toccata diversi secoli dopo a Giordano Bruno, messo al rogo a Campo dei Fiori a Roma nel 1600, mentre qualche decennio prima, nel 1535, veniva decapitato a Londra il grande umanista cristiano Tommaso Moro per non aver voluto cedere a Enrico VIII, che si era autoproclamato capo della Chiesa d’Inghilterra. Nella fine dell’amico di Erasmo da Rotterdam e autore della famosa Utopia, la disponibilità a morire per le proprie idee va di pari passo con il martirio a causa della fede cristiana, tanto da essere stato beatificato e proclamato patrono dei politici.
Anche quella di Patocka è una storia esemplare: filosofo morale di grande rilievo, si era sempre mostrato prudente e aveva tenuto un atteggiamento sostanzialmente apolitico finché Vaclav Havel non lo aveva convinto ad aderire al movimento dissidente Charta 77. Uno dei concetti chiave del suo pensiero era la “cura dell’anima” e a un certo punto aveva deciso di mettersi in gioco, facendo conferenze clandestine e attirando molti giovani. La sua filosofia meritava di essere presa sul serio e proprio per questo divenne oppositore del regime, trasformandosi nelle parole di Paul Ricoeur nel «più socratico dei filosofi moderni». Fu arrestato e torturato, al punto da morire in ospedale per le percosse ricevute. Ma come nota Bradatan, la carriera politica non terminò con la sua morte, anzi «divenne anche più scomodo di com’era da vivo». Un po’ com’era accaduto nel 1969 a Jan Palach, lo studente che si diede fuoco a Praga in segno di protesta contro la dittatura comunista: « Dall’oltretomba, Palach ha determinato la storia della Cecoslovacchia». Il saggio di Bradatan non è certo soltanto una ricostruzione delle vicende di un gruppo di pensatori, ma si fa intensa meditazione sulla morte, con acute riletture delle più rilevanti riflessioni sulla questione, da Pico della Mirandola a Montaigne, da Heidegger a Simone Weil, sino ai più recenti Hadot e Girard, in cui la vita viene letta come preparazione alla morte. Ma il più singolare – e meno noto – è certamente Paul Landsberg, il filosofo ebreo convertito al cristianesimo e morto nel lager nel 1944, che fu allievo di Husserl e Heidegger e molto vicino a Scheler. La sua opera più importante è il Saggio sull’esperienza della morte del 1936, una critica a Essere e tempo, in cui ripercorrendo la tensione ideale dei pensatori antichi e moderni, nonché dei grandi mistici, giunge alla conclusione che solo il cristianesimo e la sua visione della vita eterna può rappresentare una risposta significativa allo scandalo della morte. Per lui la vita non può essere definita dalla morte, ma dal suo superamento grazie alla vita eterna. La condizione dell’uomo non è un essere per la morte ma per la vita. Una visione teleologica che si nutre di riferimenti letterari, come il Don Chisciotte di Cervantes, e che può essere riletta attraverso le scene del mirabile film di Ingmar Bergam Il settimo sigillo.




