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Il convegno che la Contrada del Bruco ha organizzato per il 14 marzo — Visti da fuori, nell’aula cripta del polo di San Francesco — nasce da un’intenzione onesta: capire come Siena e le sue Contrade vengono percepite da chi ci arriva da fuori, ma finisce per scegliere come porta di ingresso. L’iniziativa merita rispetto, ma merita anche qualche domanda.
Il format è quello classico del convegno cittadino: relatori selezionati, tavola rotonda, conclusioni attese. I nomi scelti sono autorevoli — l’ex prefetto Renato Saccone, il professor Francesco Erspamer di Harvard, la professoressa Katia Ballacchino dell’Università di Salerno. Ma è proprio la scelta che rivela, involontariamente, il limite dell’operazione.
Saccone porta uno sguardo istituzionale, per definizione abituato alla mediazione. Ballacchino è antropologa del patrimonio immateriale: il suo campo di lavoro presuppone già il valore di ciò che studia, ed è difficile immaginare una lettura davvero critica da chi opera dentro il quadro concettuale UNESCO che ha appena riconosciuto il Palio. Erspamer è figura più imprevedibile — i suoi studi sulla retorica identitaria italiana sono tutt’altro che celebrativi — ma anche il più isolato nel panel.
Il risultato prevedibile è che lo specchio restituirà un’immagine lusinghiera, o almeno rassicurante. Non perché i relatori non siano capaci di pensiero autonomo, ma perché la struttura del convegno non prevede attrito. Non c’è nessuno che abbia avuto un conflitto con le Contrade, nessuno che le osservi da una prospettiva davvero laterale — un sociologo delle disuguaglianze urbane, uno storico critico delle oligarchie locali, un urbanista che si sia misurato con i meccanismi di esclusione impliciti nell’identità territoriale forte.
C’è poi una questione di tempo. Il convegno arriva subito dopo il riconoscimento del Palio come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO. In questo contesto, chiedere “come ci vedono da fuori” rischia di essere una domanda già chiusa: la risposta ufficiale è stata data, e suona come un’approvazione solenne. Il confronto con sguardi esterni diventa così il sigillo narrativo di una stagione di consenso, più che l’apertura di un vero ragionamento critico.
Questo non significa che il convegno sia inutile. Ascoltare chi ha vissuto Siena senza esserci nato ha un valore reale: può far emergere dettagli che l’abitudine rende invisibili, può restituire la freschezza di uno stupore autentico. Ma per trasformare questo ascolto in conoscenza — e non in conferma — occorrerebbe accettare che lo sguardo esterno possa anche disturbare, contraddire, mettere in discussione.
L’identità, come ha insegnato chi ha ragionato seriamente su questi temi, non si rafforza specchiandosi negli elogi. Si rafforza nel confronto con ciò che non torna, con la domanda che non si riesce a rispondere facilmente. Le Contrade di Siena sono una realtà straordinaria, e proprio per questo meritano interlocutori che non abbiano paura di dirlo quando qualcosa non funziona.
Un convegno davvero coraggioso partirebbe da lì.




