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5 Marzo 2026Il Monte, il 1995 e l’uscita di Lovaglio: una storia che conosco bene
di Pierluigi Piccini
L’uscita di Luigi Lovaglio dalla guida della Banca Monte dei Paschi di Siena non è soltanto un avvicendamento manageriale. È un passaggio che chiude una storia iniziata molti anni fa. Una storia che conosco bene, perché nel 1995 ne fui direttamente protagonista come sindaco di Siena.
In quell’anno Siena compì una scelta decisiva. Trasformare il Monte in società per azioni e costituire la Fondazione Monte dei Paschi di Siena fu un’operazione complessa, ma profondamente lungimirante. In tutta Italia le banche pubbliche stavano cambiando natura per effetto delle riforme degli anni Novanta. Molte città persero rapidamente il controllo dei propri istituti di credito. Siena riuscì invece a costruire un modello originale: una banca moderna, capace di competere sul mercato, e una fondazione che custodiva il legame con il territorio.
Per molti anni quel sistema funzionò. Il Monte crebbe, diventò un gruppo nazionale e allo stesso tempo continuò a sostenere la città. Università, ricerca, restauri, istituzioni culturali: una parte viva della vita pubblica senese fu nutrita dalle risorse generate da quel modello.
Per questo continuo a pensare che la scelta del 1995 sia stata giusta, anzi necessaria. Il problema non fu quella decisione. Il problema venne dopo.
Quel modello richiedeva equilibrio e responsabilità. Richiedeva soprattutto una classe dirigente capace di governare la relazione tra banca e città senza confondere i due piani. Nel tempo quell’equilibrio si è incrinato. La fondazione si è esposta finanziariamente per sostenere la banca e la banca ha compiuto operazioni troppo grandi rispetto alle proprie dimensioni. L’acquisizione della Banca Antonveneta segnò il punto di rottura: una scelta che nessuna prudenza avrebbe potuto giustificare, pagata a un prezzo che il Monte non poteva permettersi.
Da lì iniziò un processo lento ma inesorabile. Prima l’indebitamento della fondazione, poi gli aumenti di capitale, infine l’ingresso dello Stato. Siena non perse il Monte in un giorno: lo perse poco alla volta, quasi senza accorgersene.
L’arrivo di Lovaglio appartiene alla fase successiva di questa storia. Quando è stato chiamato alla guida della banca, il Monte era ancora dentro una lunga stagione di crisi. Il suo compito era rimettere in ordine i conti e restituire credibilità all’istituto. Questo lavoro è stato fatto: la banca è tornata in utile, ha recuperato solidità, ha ritrovato un profilo riconoscibile sui mercati.
Ma proprio quando il Monte è tornato ad essere una banca forte, si è riaperta la partita tra i grandi azionisti. E quella partita non si gioca più a Siena. Si gioca a Roma, a Milano, nei consigli di amministrazione di Mediobanca e di Generali, nei movimenti del Tesoro che ancora detiene una quota rilevante. In questa partita è entrato con forza anche Francesco Caltagirone, costruttore romano con interessi finanziari che nulla hanno a che fare con la città del Palio: la sua quota nel Monte è stata una leva per muovere pezzi su una scacchiera molto più grande, da Mediobanca a Generali, seguendo una logica di potere tutta romana e tutta estranea agli interessi di Siena. La mossa sul capitale di Mediobanca ha riportato il Monte al centro del sistema finanziario italiano — non come protagonista autonomo, ma come pedina in una geometria di poteri che sfugge completamente alla città. Ed è esattamente in questo momento che Lovaglio esce di scena: non per un fallimento, ma perché la banca è ormai abbastanza forte da diventare oggetto di strategie più grandi di lei.
Ed è qui che emerge il vero paradosso. Nel 1995 riuscimmo a fare una cosa che sembrava impossibile: modernizzare il Monte e allo stesso tempo mantenerlo radicato alla città. Quell’equilibrio non era scontato, e per anni ha tenuto. Ma Siena non ha saputo custodirlo quando è diventato difficile difenderlo.
Oggi il Monte è tornato una banca importante. Ma la domanda che nessuno sembra volersi porre è questa: per chi? La Fondazione ha una quota ridotta e una voce fioca. Il Comune non ha strumenti. La città guarda da lontano una partita che non controlla più — una partita in cui persino un costruttore romano ha avuto più peso di Siena stessa.
C’è un’ironia che conosco di persona. Anche chi costruì quel modello nel 1995 fu messo da parte non quando le cose si complicarono, ma quando cominciarono ad andare bene. Lovaglio conosce la stessa sorte: ha risanato la banca, ha restituito credibilità a un istituto che sembrava perduto, e proprio nel momento in cui i conti tornano e il Monte riacquista peso nel sistema finanziario italiano, viene rimosso. Chi costruisce e chi risana paga sempre il conto quando arriva il momento di raccogliere. È una costante di questa storia — e non solo di questa. Il prossimo capitolo lo scriveranno altri — quasi certamente lontano da Siena.




