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Il sindaco Fabio incarica Lorenza Bondi con un decreto privo di qualsiasi potere reale. Dalla delega assessorile si è scivolati verso un ruolo ausiliario senza competenze deliberative. Una mossa di coalizione presentata come risposta a un problema strutturale.
C’è un paradosso nel decreto firmato dal sindaco Nicoletta Fabio nei giorni scorsi. Un documento formalmente ineccepibile che nel mentre non conferisce nulla. Lorenza Bondi viene incaricata di svolgere “un’attività ausiliaria di studio, indirizzo, proposta e vigilanza” sulle politiche delle attività produttive. Quattro sostantivi. Il quarto merita attenzione.
Il problema della vigilanza
La vigilanza sulle politiche delle attività produttive — terzo dei quattro sostantivi elencati nel decreto — meriterebbe una riflessione a parte. Si tratta di vigilanza sul commercio, sul tessuto imprenditoriale, sui movimenti del mercato cittadino. Su quel terreno operano già, con ben altra struttura e ben altra storia, soggetti attrezzati — e oggi più che mai, dopo che certi fatti consumati lontano da Siena hanno rimesso in moto meccanismi di controllo e attenzione che questa città conosce bene. In questo quadro, aggiungere un consigliere con mandato formale su quel dossier non è un atto neutro. La domanda che resta aperta è semplice: con quali obiettivi mirati? Nell’interesse di chi?
La traiettoria che racconta tutto
Vale la pena seguire l’evoluzione di questa delega nel tempo. Si è partiti da un assessore al turismo, con poteri reali dentro la giunta. Si è passati a un assessore allo sport. Si è arrivati a un consigliere con un incarico di studio. Ogni passaggio ha ridotto la consistenza istituzionale. Non è una lettura malevola: è la logica stessa dei fatti. Quando si vuole fare, si mette in campo chi ha gli strumenti. Quando si vuole dare visibilità senza spostare equilibri, si ricorre alla legge 297.
Coalizione, non governo
Darle un incarico visibile serve a tenere in equilibrio la maggioranza, a dare soddisfazione a Forza Italia, a mostrare attenzione verso il commercio senese. La giunta resta invariata, i poteri restano dove erano. E la mossa sarà accolta con favore da chi il commercio senese lo presidia da ben prima di questo decreto — chi ha costruito nel tempo relazioni stabili con le associazioni di categoria, chi conosce ogni movimento del tessuto produttivo cittadino, chi non ha bisogno di un incarico per far sentire la propria voce. Per questi, la vigilanza sulle attività commerciali non è mai stata un problema: c’è già chi la esercita.
Resta la domanda più interessante. Un consigliere formalmente incaricato su quel dossier non è soltanto una bandierina di coalizione: è anche, inevitabilmente, un interlocutore nuovo in un campo già occupato. Qualcuno cui rivolgersi, da cui essere ascoltati, attraverso cui — senza delibere né firme — far transitare orientamenti. La prossimità istituzionale ha questo valore sottile: non sposta poteri, ma apre canali. E i canali, in certi ambienti, valgono più dei poteri.
Il problema nasce quando questa gestione viene presentata come risposta al problema reale: la desertificazione commerciale di un centro storico che perde negozi di prossimità a favore della monocultura turistica. Quello è un fenomeno strutturale che richiede strumenti strutturali. Non un consigliere incaricato di studiare, proporre — e vigilare.





