
Négociations Liban-Israël : Aoun fait un grand pas… mais cela suffira-t-il ?
10 Marzo 2026
L’incendio diffuso
10 Marzo 2026
La prima cosa che colpisce, leggendo le notizie da Washington in questi giorni, è una contraddizione pronunciata dallo stesso uomo nel giro di poche ore. Alla CBS, Trump dichiara che la guerra contro l’Iran “è molto completa, praticamente finita.” Poi, davanti ai parlamentari repubblicani riuniti a Doral, annuncia che gli Stati Uniti “non cederanno finché il nemico non sarà totalmente e decisamente sconfitto.” Non è un lapsus. È la grammatica del potere populista: ogni dichiarazione è vera nel momento in cui serve, e contraddirsi non è debolezza ma duttilità tattica.
Ma la politica ha una sua memoria più lunga di quella dei comunicati stampa.
Nel 2024, molti elettori della classe lavoratrice americana avevano voltato le spalle ai democratici proprio perché percepiti come troppo occupati a guardare lontano — le guerre altrui, le alleanze internazionali, i valori universali — mentre il costo della vita saliva e le tasche si svuotavano. Quella donna di Philadelphia, indecisa fino all’ultimo, aveva detto una cosa semplice e devastante: “Non mi interessa quello che succede all’estero. Mi interessa dove vivo.”
Adesso quella frase torna, come un boomerang, verso chi l’aveva raccolta come un vento favorevole.
Il petrolio ha superato i cento dollari al barile. I democratici — finalmente capaci di un messaggio economico — denunciano miliardi spesi in bombe mentre l’inflazione morde. I repubblicani, riuniti in Florida nel resort del presidente, vorrebbero parlare di economia, ma Trump non glielo permette: la guerra assorbe tutto, copre tutto, distorce tutto. Anche il calendario delle elezioni di metà mandato.
C’è qualcosa di istruttivo nella geometria di questa crisi. I sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani disapprova l’intervento militare in Iran. Ma gli stessi sondaggi, quando chiedono del Partito Democratico, ne misurano un gradimento appena superiore a quello dell’Iran stesso. È il paradosso dell’opposizione senza volto: si può avere ragione su tutto e non raccogliere niente, se non si è capaci di incarnare un’alternativa credibile.
Nel mezzo di questo scenario, un deputato del Kentucky — Thomas Massie — paga il prezzo della coerenza: si oppone alla guerra, viene attaccato dalla propria parte, affronta alle primarie un rivale sponsorizzato da Trump. Trasforma gli attacchi in una raccolta fondi. Sopravviverà o no, ma ha scelto di non sparire nel rumore.
La lezione che resta, al di là dell’Atlantico, è vecchia quanto la politica: le guerre cominciano sempre con parole grandi — deterrenza, sicurezza, vittoria decisiva — e finiscono sempre con conti che qualcuno dovrà pagare. Quella donna di Philadelphia lo sapeva già.





