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13 Marzo 2026Le vetrine spente di Siena. La desertificazione commerciale e il paradosso di una città che si consuma da sola
I numeri dell’Ufficio Studi di Confcommercio pubblicati ieri dal Sole 24 Ore raccontano un’Italia che perde se stessa per brandelli, uno ogni mattina quando la serranda non si alza. Tra il 2012 e il 2025 sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale. Non è una recessione congiunturale: è un cambiamento morfologico delle città italiane, una mutazione silenziosa del loro DNA economico e sociale. E Siena, con le sue peculiarità aggravanti, ne offre forse l’esempio più bruciante e più istruttivo.
Il quadro nazionale è già allarmante di per sé. Le edicole hanno chiuso nel 52% dei casi, i distributori di carburanti nel 43%, i negozi di abbigliamento e calzature nel 37%, quelli di mobili e ferramenta nel 36%. In controtendenza, le attività extralberghiere crescono del 184%, i ristoranti del 35%. La città commerciale cede il passo alla città dello svago veloce, dell’alloggio Airbnb, del selfie davanti al monumento. Una città non più vissuta ma consumata. Il tasso medio annuo di chiusure è salito al 3,1% nel 2025 contro il 2,2% delle analisi precedenti, con il rischio che da qui al 2035 avremo città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa.
Per Siena questo schema vale al quadrato, e con un paradosso in più. Nel 2024 le attività commerciali nel centro storico sono 243, contro le 293 del 2019 e le 322 del 2012. In dodici anni il centro ha perduto 79 negozi su 100 chiusi nell’intero comune: una emorragia concentrata nel cuore più prezioso e più vulnerabile della città. Al loro posto crescono strutture ricettive e ristoranti: 260 in centro nel 2024, erano 218 nel 2012. È la sostituzione silenziosa di un tessuto connettivo — quello che lega i senesi al loro spazio quotidiano — con un’economia di passaggio che non produce radicamento, non produce comunità, non produce futuro.
Il paradosso senese sta tutto qui: Siena è un sito Unesco, attrae turisti da ogni angolo del mondo, genera un flusso economico rilevante — eppure questa ricchezza apparente non si traduce in condizioni favorevoli per il commercio locale. Al contrario, l’attrattività turistica gonfia i canoni di locazione, espelle le attività di vicinato e lascia spazio esclusivamente a ciò che si rivolge al turista di passaggio. Dove si torna ad aprire, a farla da padrone è il fast fashion e l’oggettistica a basso costo, con tutto un mondo di artigianato, moda e qualità che rischia di scomparire. Gli affitti sono sproporzionati rispetto al reale volume d’affari: manca il rinnovo generazionale, per guadagnare qualcosa passano sei o sette anni, e nel frattempo si può avere già chiuso.
La riduzione del numero di negozi riduce l’attrattività commerciale delle aree urbane e alimenta ulteriormente la contrazione dell’offerta. A Siena questo circolo vizioso ha una velocità di rotazione superiore alla media, perché l’alternativa turistica che altrove bilancia la perdita del commercio di prossimità qui ne è invece la causa principale. Chi abita nelle Costarelle, a Pantaneto, intorno a Piazza Indipendenza conosce bene le serrande abbassate, la luce che manca, la percezione di un centro storico che si svuota dei suoi abitanti reali per riempirsi di visitatori occasionali. In Toscana nel solo 2024 hanno chiuso 3.645 negozi, dieci al giorno contro poco più di quattro nuove aperture, lasciando 1,3 milioni di toscani senza accesso ai servizi di base.
Cosa si è fatto? L’amministrazione comunale ha avviato un lavoro sulla regolamentazione del sito Unesco, strumento utile ma non sufficiente. Una mozione che chiedeva la costituzione di un tavolo permanente di confronto — con sgravi tributari e premialità fiscali per certe tipologie di negozi, servizi e attività artigianali — è stata bocciata dalla maggioranza, con qualcuno che l’ha definita addirittura “perdita di tempo”. Una risposta politica che dice molto sulla cultura amministrativa prevalente: aspettare che il problema si risolva da solo, o peggio, non riconoscerlo come problema strutturale. Confcommercio propone con il progetto Cities tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, gestire attivamente i locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica. Sono proposte ragionevoli, ma per Siena insufficienti se non si affronta la questione madre: l’economia turistica, lasciata senza governo, divora la città che dovrebbe valorizzare.
Bar, ristoranti e B&B danno reddito, certo, ma non danno identità. Le botteghe, i negozi di prossimità, le calzolerie, le cartolerie erano luoghi della vita civile, non solo dello scambio economico. Una città che sopravvive solo di turismo non è più una città: è un parco tematico con i palazzi medievali veri. La monocultura del visitatore è strutturalmente incompatibile con la vita urbana. E una politica che non lo riconosce non governa il proprio territorio: lo subisce.
La luce di una vetrina non illumina solo un marciapiede: illumina un’idea di comunità. A Siena quelle luci si spengono una dopo l’altra, e il buio che avanza non è solo economico. È il buio di una città che sta perdendo il filo di se stessa.
N.B. A Siena le proposte concrete non sono mancate — è mancata la volontà politica di raccoglierle. Una mozione chiedeva cose precise e praticabili: un tavolo permanente tra tutti i portatori di interesse, un regolamento sulla tipologia di attività ammesse nel centro storico, meccanismi di sgravio fiscale per le botteghe artigiane e i negozi di prossimità, premialità per chi sceglie di restare o di aprire in certi settori strategici. Bocciata. Confesercenti Toscana aveva avanzato tre strumenti altrettanto concreti: agevolazioni fiscali per i piccoli esercizi, poteri speciali ai sindaci per intervenire sulla composizione merceologica del centro storico, un fondo regionale per la rigenerazione urbana alimentato dalla tassazione sulle vendite dei colossi dell’e-commerce. Rimaste sulla carta. Confcommercio aveva elaborato dati puntuali sulla crisi senese e proposto la strada della regolamentazione Unesco come leva per disciplinare gli insediamenti commerciali. Accolta solo parzialmente e con ritardo. Nel frattempo a Chiusi — realtà ben più piccola e meno blasonata — il Comune ha sperimentato il progetto POPUP, aprendo quindici locali sfitti a nuovi imprenditori e artigiani, trasformando il vuoto in laboratorio. A Siena quei fondi sfitti restano chiusi, i canoni restano inaccessibili, e la politica continua a trattare la desertificazione commerciale come un effetto collaterale inevitabile del successo turistico. Non lo è. È una scelta. E come tutte le scelte, ha i suoi responsabili.
Desertificazione commerciale: sempre meno negozi nelle città italiane





