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C’è una virtù involontaria in certe dichiarazioni pubbliche: quella di dire la verità senza accorgersene. L’intervista rilasciata da Stefano Di Bello di Opera Laboratori a proposito della collaborazione con l’Università di Siena per il museo WOW è, in questo senso, un documento prezioso. Non perché riveli qualcosa di nuovo, ma perché conferma, con la bocca del protagonista, esattamente quello che avevamo scritto.
Sentiamo: “una collaborazione che nasce con il desiderio proprio di unire il mondo della ricerca, dell’educazione e della cultura con il mondo della rappresentazione e della musicalizzazione”. Fin qui, nulla di sorprendente. Ma poi arriva la chiave di volta, quella che merita di essere sottolineata: WOW è definito esplicitamente come “indice di spettacolarizzazione capace di entrare in contatto con pubblici differenti”. Non è una nostra interpretazione, non è una lettura critica forzata. È la parola dell’ideatore. Spettacolarizzazione. Detto così, senza imbarazzo, come se fosse un valore e non una resa.
Il re, insomma, è nudo. E almeno ha il merito di dircelo.
Quello che avevamo sostenuto — che il WOW rappresenta la museificazione come spettacolo, come esperienza immersiva a bassa soglia cognitiva, come forma che prevale sul contenuto — trova qui la sua conferma esplicita. Non nella critica, ma nell’apologia. La “spettacolarizzazione” viene presentata come strumento di inclusione: raggiungere “pubblici differenti” attraverso l’impatto visivo, l’emozione immediata, il colpo d’occhio. La ricerca e l’educazione — si dice testualmente — “entrano in un mondo visivo” per diventare strumento di riflessione. Ma di quale riflessione, su cosa, con quale profondità? La risposta si perde in una frase finale indecifrabile, un arabesco sintattico che finisce per non dire nulla: “tutto quello che possiamo anche noi visitatori percepire da questo nuovo luogo”.
Percepire. Non capire, non studiare, non conoscere. Percepire.
È questa la parola-chiave che svela l’intera filosofia del progetto. Il museo non come luogo di conoscenza, ma come luogo di esperienza sensoriale. Non la mente, ma il corpo nello spazio. Non il pensiero, ma la percezione. È la resa definitiva al paradigma dell’entertainment culturale che da anni avanza nelle istituzioni museali italiane ed europee, travestito da innovazione, da accessibilità, da democratizzazione della cultura.
Va riconosciuto a Di Bello, però, un certo coraggio della sincerità. In un panorama in cui i direttori di musei e i responsabili di fondazioni culturali si nascondono dietro un lessico impenetrabile fatto di “ecosistemi”, “narrazioni immersive”, “esperienze trasformative”, lui dice le cose come stanno. WOW è spettacolo. WOW è percezione. WOW è il tentativo di avvicinare pubblici difficili attraverso la seduzione visiva. Non c’è nulla di sbagliato nell’ammetterlo — c’è qualcosa di sbagliato nel farlo passare per un progetto culturale di alto profilo, frutto della collaborazione con uno dei più antichi atenei del mondo.
L’Università di Siena — uno dei più antichi atenei d’Europa — merita qualcosa di più di un acronimo onomatopeico e di una “musicalizzazione” dei saperi. Merita spazi dove la complessità non viene semplificata fino alla dissoluzione, dove la ricerca non diventa scenografia, dove il visitatore è trattato come un soggetto pensante e non come un fruitore di stimoli. Il WOW può fare il suo mestiere di museo esperienziale. Ma che non si dica che è altro. Che non si venda la spettacolarizzazione come profondità. Che non si spacci la percezione per conoscenza.
Il re è nudo. Almeno, stavolta, ce l’ha detto lui.





