

CARA, PICCOLA EGEMONIA
21 Marzo 2026Nuovi assetti mediorientali
«Pace e democrazia: è il mio augurio per il nuovo anno persiano, Nowruz, al mio popolo che soffre due volte: a causa del regime e a causa delle guerra con Stati Uniti e Israele». L’avvocata Shirin Ebadi, fondatrice del Centro per i Difensori dei Diritti Umani in Iran, e prima iraniana ad avere vinto un premio Nobel per la Pace (nel 2003) ha un’agenda fittissima e non si ferma nemmeno per la festività più importante per i persiani nel mondo, ma è impegnata a pianificare la sua prossima partecipazione al Summit dei premi Nobel a Roma e, assieme ai suoi collaboratori, una soluzione per il post-conflitto in Iran. «Con un team di avvocati, attivisti ed esperti, ci stiamo attrezzando per costituire una commissione che possa traghettare il Paese verso la giustizia riparativa». Un modello simile a quello del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino (anche loro premio Nobel per la Pace nel 2015), creato per gli stessi propositi dopo le rivoluzioni arabe del 2011.
Temete lo scoppio di una guerra civile, nel caso in cui cada il regime della Repubblica islamica?
È una delle ipotesi che non si possono escludere dal quadro complessivo, anche se spero che alla fine della guerra ci sia una piena democrazia. La guerra civile implica che il regime possa resistere e che possa scatenare l’uso della forza contro la popolazione.
Facendo un passo indietro, al momento siamo ancora lontani da questa ipotesi, nonostante molti quadri della Repubblica islamica, come Ali Larijani, siano stati uccisi nei bombardamenti israeliani. La Repubblica islamica sta compiendo il suo itinerario ideologico verso il martirio e intende trascinare tutto il popolo iraniano verso questa soluzione?
Bisogna capire di cosa il regime ha massimamente paura. Il regime, per restare in piedi, ha bisogno di identificare un nemico e di prolungare il conflitto. Perché, comunque vada, sa che quando finirà la guerra si troverà di nuovo il popolo iraniano per le strade a protestare. La situazione, dal punto di vista economico, può solo peggiorare.
Dunque, non è immaginabile alcuna resa o mediazione di Teheran, come i Paesi del Golfo sperano, per mettere fine a questa guerra?
Il regime non si piegherà a nessuna soluzione diplomatica. La sua sopravvivenza dipende dall’ideologia con cui è nato e grazie a cui si è sviluppato; ideologia che ha nel motto “Morte all’America; morte a Israele” il suo cuore. Il motto è stato coniato nel 1979, viene insegnato ai bambini fin dalle scuole elementari, è stato esportato nei Paesi dove Teheran ha foraggiato le milizie che gli sono fedeli: Libano, Yemen, Iraq. L’unica condizione dei pasdaran per lasciare il potere è lasciarsi alle spalle una terra bruciata.
Si inquadrano in questo senso gli arresti, in questi giorni, della filmaker turco-iraniana Mojgan Ilanlou, dell’artista curdo Sasan Chamanara, dell’attivsta Leila Mirghafari e delle loro famiglie?
I pasdaran non si limitano agli arresti. In questi giorni sono state eseguite anche le impiccagioni su pubblica piazza dei manifestanti dello scorso gennaio. Nei regimi basati sul terrore le punizioni devono essere sempre esemplari.
Nella guerra cosiddetta dei Dodici giorni i bombardamenti israeliani e americani colpirono anche le prigioni. Lei si occupa da anni dei prigionieri, soprattutto politici. Che ne è di loro sotto nuovi bombardamenti?
Le notizie riferite dai familiari ci dicono che a Evin, il carcere per i detenuti politici di Teheran, mancano cibo, acqua calda e beni di prima necessità. Non sono stati applicati i regolamenti che prevedono, in caso di pericolo imminente, la liberazione dei prigionieri dietro cauzione.
Stando a questi elementi e al fatto che il braccio di ferro tra la Repubblica islamica e gli Stati Uniti permane, il popolo iraniano non ha grandi soluzioni davanti a sé. Lei davvero crede che valga la pena farsi massacrare dai bombardamenti americani se questo è il prezzo per la libertà?
L’unico modo per salvare l’Iran è restituire all’Iran la democrazia.
Però, l’erede dello scià di Persia, Reza Pahlavi, è pronto dietro l’angolo per guidare la transizione. Il suo progetto è monarchico. Non c’è il rischio che questa transizione monarchica resti in sella, come accadde negli anni Cinquanta, dopo Mossadegh, generando insoddisfazione?
Vero è che in Iran i sostenitori dell’attuale regime esistono ma le stime di affluenza alle urne ci dicono che essi rappresentano solo il 10% della popolazione avente diritto al voto, che però governa con la mano sul grilletto. L’Iran è un Paese ricco di intellettuali che per anni sono stati silenti e che hanno subìto la dittatura dei paramilitari. Sono certa che, una volta liberati, sapranno farsi sentire e ricostruire il Paese.
Lei si candida a guidarlo o a partecipare a questa ricostruzione, a prescindere da Reza Phalavi?
Prima bisogna pensare a scongiurare la guerra civile: per questo il mio impegno di avvocata, adesso, è tutto concentrato sulla giustizia riparativa e sul desiderio di vedere nascere in Iran una democrazia piena.





