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Benedetta Mocenni viene rieletta rettore del Magistrato delle Contrade con diciassette voti su diciassette. Unanimità perfetta. E la prima cosa che dice, appena confermata, è che il Palio è sotto attacco da più fronti.
Vale la pena fermarsi su questa frase. Non per smentirla — può anche essere vera — ma per capire cosa fa, prima ancora di cosa dice.
Il Magistrato delle Contrade non è un organismo gerarchico. Il rettore non comanda: media, rappresenta, tiene insieme diciassette soggetti con storie proprie, rivalità antiche, interessi divergenti. È un mandato politico nel senso più preciso del termine. E come ogni mandato politico, ha bisogno di una narrazione che giustifichi l’unità. La minaccia esterna è la narrazione più economica che esista: produce concordia senza dover negoziare caso per caso, senza dover cedere su niente.
Il problema è che il nemico non viene nominato. “Più fronti” è una formula deliberatamente aperta. Possono essere le associazioni animaliste, può essere l’UNESCO con i suoi criteri sul patrimonio immateriale, possono essere i media nazionali, i politici, i turisti che non capiscono. Più il nemico è indistinto, più è utile: ciascun contradaiolo ci proietta la propria versione del pericolo e si ritrova compatto sotto lo stesso ombrello.
Lorenzetti lo sapeva già nel Trecento. La concordia non è uno stato naturale della comunità: è un dispositivo, si produce, si amministra. Nel ciclo del Buon Governo la concordia tiene insieme i cittadini non perché siano spontaneamente virtuosi, ma perché riconoscono un ordine comune. La Mocenni non cita Lorenzetti, ma la logica è la stessa.
C’è però una domanda che questa logica lascia aperta. Le pressioni che il Palio subisce vengono davvero tutte da fuori? Sul cavallo, semmai, la storia racconta altro: un’istituzione che ha saputo fare i conti con una questione difficile prima che diventasse una crociata esterna, sviluppando competenze e protocolli dall’interno. Non un cedimento alle pressioni, ma una scelta autonoma.
Le tensioni vere stanno altrove. Nel rapporto con una città che cambia — residenti nuovi, studenti, lavoratori che non si riconoscono in appartenenze totalizzanti e che pure abitano gli stessi vicoli. Nel turismo di massa che trasforma il Palio in spettacolo globale proprio mentre si proclama che va difeso come rito interno: una contraddizione che non viene da fuori, ma dalle scelte di comunicazione e apertura fatte negli anni.
Nessuna di queste osservazioni è una critica al valore della Festa. È semmai l’opposto: chi ama davvero un’istituzione sa che la vera sfida non arriva sempre da fuori. A volte arriva dalla difficoltà di guardare dentro senza che il riflesso faccia paura.
Diciassette voti su diciassette sono un segnale di fiducia. Sarebbe bello che quella fiducia venisse usata anche per fare domande scomode, non solo per rispondere alle accuse degli altri.





