
Carole King – It’s Too Late
20 Aprile 2026
New Skin for the Old Ceremony
20 Aprile 2026di Pierluigi Piccini
A Siena, quando bisogna scegliere, si comincia col non scegliere. È una tradizione antica, probabilmente precedente al Palio, certamente più praticata.
Si tratta di nominare il presidente di uno degli istituti storici della città. Operazione che altrove richiederebbe una discussione pubblica, un confronto tra idee, magari persino un progetto. Qui richiede pranzi. Molti pranzi. E telefonate brevi, con lunghi silenzi nel mezzo, che i partecipanti scambiano per diplomazia e i posteri chiameranno con il loro nome: paura.
Paura di sbagliare, paura di esporsi, paura soprattutto di scegliere qualcuno che poi scelga davvero. Perché un presidente che decide disturba. Disturba gli equilibri, le abitudini, le piccole rendite di posizione che si sono sedimentate negli anni come il tartaro sui denti: invisibili finché non fanno male.
Ma chiamarla classe dirigente sarebbe ancora troppo generoso. Max Horkheimer avrebbe usato un’altra parola: casta. E mai come oggi quella parola è giusta. Perché una classe, anche quando sbaglia, ha un progetto, un conflitto, una coscienza di sé in relazione al mondo. Una casta no. Una casta ha solo riti. Riti di accesso, riti di esclusione, riti di riconoscimento reciproco. I quattordici voti non sono un meccanismo di selezione: sono una cerimonia. Non si cerca il migliore, si cerca il riconoscibile. Non si sceglie chi ha qualcosa da fare, si coòpta chi sa già come stare fermo.
Così si lavora di mediazione. Si producono nomi — almeno due, perché uno solo sarebbe una scelta e la scelta implica coraggio — e li si tiene in circolo finché non si consumano. E se si consumano, si tiene in riserva un terzo nome, nascosto, custodito al riparo dalla luce come si fa con certi vini che non reggono l’aria aperta. La segretezza non è strategia. È vergogna.
Nel frattempo l’istituto aspetta. I mesi passano, le decisioni importanti slittano, i lavori ordinari procedono per inerzia. Nessuno protesta. L’inerzia, a Siena, ha uno statuto quasi costituzionale: si chiama stabilità, si celebra come virtù, si tramanda come patrimonio.
La casta produce anche la propria cultura legittimante. Il mito della tradizione civica, del capitale sociale, della concordia. Strumenti della ragione — regolamenti, quorum, deputazioni, riserve strategiche — usati non per decidere ma per non decidere. La forma è impeccabile. Il contenuto è vuoto. Il mezzo ha divorato il fine.
Il risultato, alla fine, sarà un presidente. Magari bravo, magari no — non è questo il punto. Il punto è il metodo. Un metodo che non seleziona i migliori ma i meno pericolosi, non cerca chi ha qualcosa da dire ma chi sa stare zitto nel momento giusto, non costruisce futuro ma prolunga presente.
Una città che sceglie così non sta governando se stessa. Sta semplicemente rimandando.
E il conto, come sempre, arriverà dopo. Quando non ci sarà più nessuno dei quattordici a firmarlo.





