
Tre euro a testa
21 Aprile 2026
BTS (방탄소년단) & “Dynamite”
21 Aprile 2026
Partiamo dall’Iran, perché tutto il resto — almeno questa settimana — ruota intorno all’Iran.
Teheran dice di avere “nuove carte” da giocare se i combattimenti dovessero riprendere. È il linguaggio classico di chi tratta da una posizione che non si ammette essere di debolezza: si minaccia il futuro per non confessare il presente. I negoziati con Washington rimangono in uno stato di nebbia deliberata, utile a entrambe le parti — utile agli americani che vogliono presentare ogni mezza concessione come vittoria storica, utile agli iraniani che devono vendere ai propri duri interni qualsiasi accordo come resistenza coronata di successo. La BBC chiede se Iran e Stati Uniti riusciranno a trovare un terreno comune. È la domanda giusta, ma formulata nel modo sbagliato: il terreno comune esiste già, è stato trovato molte volte nella storia, il problema è che nessuno dei due attori può permettersi di camminare su quel terreno davanti alle proprie opinioni pubbliche senza prima aver recitato un numero sufficiente di scene di guerra.
Il New York Times inquadra il confronto come scontro tra “risultati immediati” e “strategia di lungo periodo”. È una dicotomia che tradisce il punto di osservazione americano: Trump vuole la foto con il trattato, l’Iran gioca su decenni. Non è necessariamente che uno dei due abbia ragione — è che giocano partite diverse su scacchiere diverse, e l’errore è credere che si stia giocando la stessa partita.
Nel frattempo Al Akhbar — secondo la segnalazione di Lokman Abdullah — riferisce di un coordinamento yemenita-iraniano attorno ai negoziati: Sana’a starebbe pianificando le sue prossime mosse in funzione dell’esito dei colloqui. Gli Houthi non sono una variabile dipendente dell’Iran, come la narrazione occidentale tende a semplificare, ma hanno interessi propri che sanno usare la finestra diplomatica per posizionarsi. È una delle cose che la diplomazia d’urgenza non riesce mai a tenere a fuoco: mentre i grandi attori parlano, i piccoli attori si riposizionano.
Trump, a margine di tutto ciò, se la prende ancora una volta con i media americani per come hanno coperto gli attacchi in Iran. È un classico: la guerra come schermo su cui proiettare la narrativa interna, e i giornalisti come nemici di secondo fronte. Il meccanismo è talmente rodato da essere quasi confortante nella sua prevedibilità.
Dall’Iran restiamo in Medio Oriente, ma con un cambio di registro che fa impressione.
Il Times of Israel chiede che la distruzione di una statua di Gesù serva da “campanello d’allarme morale” per le IDF e per Israele. Non è una testata di sinistra radicale. È la stampa israeliana mainstream che, con quella frase, registra qualcosa che va oltre il singolo episodio: il senso che alcune soglie siano state varcate, che la macchina militare abbia perso alcuni freni interni. Quando un giornale israeliano usa il linguaggio del “campanello d’allarme morale” riferito alle proprie forze armate, bisogna fermarsi e leggere lentamente.
Le Monde porta in prima pagina la testimonianza di un sopravvissuto al genocidio degli Yazidi. “Mettetevi in fila uno per uno, vi uccideremo tutti.” Ci sono frasi che non si commentano. Si riportano. Si ricordano. Si deve avere la pazienza e il coraggio di non trasformarle immediatamente in argomento di dibattito geopolitico. Gli Yazidi esistevano prima che diventassero un caso internazionale e continuano a esistere — quelli che sono sopravvissuti — dopo che il caso internazionale si è chiuso. Questo è il punto che il giornalismo fatica sempre a tenere: i popoli non sono episodi.
Il Messico: un uomo armato uccide una turista canadese e ne ferisce sei alle piramidi di Teotihuacan. Teotihuacan. Uno dei luoghi più visitati del pianeta, un sito dove si va per toccare con mano il tempo lungo della civiltà umana, e la violenza ci arriva come arriva ovunque in un paese dove lo Stato ha perso molti territori alla criminalità organizzata. Non è notizia nuova, ma ogni episodio di questo tipo ha la funzione di rendere concreta — troppo concreta — un’astrazione statistica che altrimenti si tende a non vedere.
Apple. Tim Cook cede il posto a John Ternus a settembre. Dopo anni di voci, smentite, mezze conferme, la transizione si materializza. Ternus è l’uomo che ha guidato l’hardware — il chip M, il Vision Pro, l’evoluzione fisica dei prodotti Apple. È una scelta che dice qualcosa sulle priorità: Apple punta sulla materialità delle macchine in un momento in cui tutti parlano di intelligenza artificiale come se fosse immateriale. Forse la scommessa è che l’AI si vincerà su chi saprà fare il silicio migliore. O forse è semplicemente che Ternus sa costruire cose bellissime e Apple ha bisogno di qualcuno che continui a farlo mentre il resto del settore vende promesse.
Cuba chiede la revoca del blocco energetico. L’ha fatto mille volte. Lo rifarà. Eppure ogni volta che c’è un incontro con funzionari americani — confermato stavolta da L’Avana stessa, non da Washington — qualcosa si muove nell’aria, anche se raramente si muove nella realtà. Cuba è uno di quei dossier che i presidenti americani ereditano e lasciano intatti ai successori, come un mobile ingombrante che nessuno vuole spostare davvero.
Chiudiamo con il Sudan. La guerra entra nel quarto anno. La crisi della fame infantile si aggrava. Lo scrive DW, lo registrano le agenzie umanitarie, lo sappiamo. E continuiamo a sapere, che è la forma moderna dell’indifferenza: non l’ignoranza, ma la consapevolezza senza conseguenze. Il Sudan non ha petrolio in quantità sufficiente a interessare Washington, non ha una diaspora abbastanza organizzata da fare lobbying a Bruxelles, non ha la posizione geografica che spinge i flussi migratori verso coste televisivamente visibili. Quindi il quarto anno comincia come il terzo è finito: con i bambini che muoiono di fame e il mondo che lo sa.





