
Beko, non reindustrializzazione. Riallocazione
18 Aprile 2026
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18 Aprile 2026Quella pagina del giornale
Pierluigi Piccini
Stamattina ho aperto La Nazione e mi sono fermato su una pagina. A sinistra un generale, a destra il papa. Non due nemici, non due opposti messi lì a fare scintille. Due eventi senesi, due cronache della settimana, impaginate con la stessa compostezza borghese, sotto lo stesso titolo di rubrica: Comunità in cammino.
Comunità in cammino. Verso dove, mi sono chiesto.
Il Generale Fioravanti parla di droni, di Starlink, di Hormuz, di Bab el Mandeb, di esiti imprevedibili. Parla con competenza e con umanità evidente, e questo è il punto — non è un guerrafondaio, non è un cinico. È un uomo che ha visto le cose da vicino, il Libano, le missioni, i popoli, e che ci ha costruito sopra una visione del mondo coerente e sincera. I nostri soldati imparano la lingua, la religione, le usanze di chi li ospita. Per questo sono amati. Ci crede davvero. E forse ha ragione.

Il cardinale Lojudice: “Non rassegniamoci alla guerra”. Appello per pace
Dall’altra parte Papa Leone XIV raccoglie la fede in dieci parole. Cristo, cuore, chiesa, missione, comunità, pace, poveri, fragilità, giustizia, speranza. E attraverso il cardinale Lojudice arrivano le sue parole vere, quelle che bruciano un poco se le lasci stare: “La guerra non è mai inevitabile. Le armi possono e devono tacere. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra.”
Disarmiamo le parole.
Io quella frase me la sono riletta tre volte. Perché è bella e perché è impossibile e perché chiede qualcosa che nessuno vuole davvero dare. Chiede di rinunciare alla certezza che la forza protegga, che la presenza armata sia presenza amorevole, che si possa essere soldati e fratelli insieme senza che le due cose si contraddicano mai.
Eppure eccoci lì, sulla stessa pagina, a tenere insieme tutto. Il generale che spiega i droni sul Mar Rosso e il papa che dice che le armi devono tacere. E la città che applaude tutti e due, che trova in entrambi qualcosa di buono, che si stringe nella sua identità cattolica e civica e moderata e non sceglie niente, non perde niente, non paga niente.
Il sindaco ha detto che la Folgole “è famiglia”. Lo ha detto con orgoglio, e capisco quell’orgoglio. Ma la famiglia non si interroga — la famiglia si difende, si chiude, si stringe. E la pace, quella vera, quella scomoda, non abita nelle famiglie. Abita negli stranieri, nei nemici, in quelli che il papa chiama “persone con cui parlare” e che noi continuiamo, con buona coscienza e buoni sentimenti, a sorvegliare dall’alto con i droni.
Non ce l’ho con il generale. Non ce l’ho con il giornale. Ce l’ho con quella serenità — con quella capacità tutta italiana, tutta senese forse, di stare nella contraddizione senza sentirla, di mettere la pace accanto alla guerra come si mettono due piatti diversi sullo stesso tavolo apparecchiato bene.
Eppure — e lo dico senza ironia — quella pagina stamattina ha fatto il suo mestiere. Ha messo vicine due cose che non si parlano mai, che vivono in compartimenti stagni, che la politica e la cultura e perfino la chiesa tengono accuratamente separate per non dover rispondere di niente. Il generale da una parte, il Vangelo dall’altra, ognuno nel suo convegno, ognuno nei suoi applausi. Invece stavano lì insieme, a pochi centimetri. E se qualcuno si è fermato, come mi sono fermato io, e ha sentito quel disagio — beh, qualcosa ha funzionato. Il giornalismo, quando va bene, non risolve le contraddizioni. Le rende visibili. E questa mattina, su quella pagina, erano visibili.





