
Iron Man
18 Aprile 2026
Quella pagina del giornale
18 Aprile 2026
La Commissione Garanzia e controllo del Comune di Siena ha ascoltato ieri Gabriele Corradi, il manager che rappresenta il Comune nel Cda di Sviluppo Industriale Siena srl. In sala, una rappresentanza numerosa di lavoratori con le pettorine. Non era una protesta, ha precisato il delegato Uilm Massimo Martini: «Siamo qui per capire, non per fare polemica».
Corradi ha illustrato la situazione con franchezza. Trovare un unico soggetto reindustrializzatore per 40mila mq si è rivelato impraticabile: la strada scelta è quella della suddivisione in sei o sette lotti ipotetici, con eventuali assegnatari che provvedono a proprie spese ai lavori in sconto affitto, sulla base del progetto di Invitalia. Le manifestazioni di interesse arrivate finora riguardano realtà di dimensioni contenute: Galenica Senese per 1600 mq, Cis per 400 mq, Battistolli Sicurezza per altri 400 mq, Pianigiani Rottami per 12mila mq in tre lotti. Numeri che coprono una parte del sito, non tutto.
Poi c’è la variabile che cambia il senso dell’intera operazione. Corradi ha accennato a «un’azienda che lavora per una società statale, attualmente a Sesto Fiorentino», che potrebbe assorbire tutti i 154 lavoratori. Sesto Fiorentino è un distretto manifatturiero con una storia precisa: aerospazio, difesa, elettronica industriale. Settori dove il committente è per definizione pubblico, dove le produzioni richiedono spazi grandi e forza lavoro qualificata, e dove i fornitori hanno spesso dimensioni compatibili con un insediamento da 154 addetti. Chi abbia familiarità con l’industria italiana a partecipazione statale non faticherà a immaginare di chi si potrebbe trattare. Siena però non ha tradizione in quei settori, e uno spostamento di filiera ha bisogno di ragioni forti. Quali siano, e se esistano davvero, è la domanda che varrebbe la pena fare direttamente a Corradi.
Vale la pena fermarsi anche su una parola. Nel racconto pubblico di questa vicenda si continua a parlare di reindustrializzazione. Ma quello che si profila è altro: pezzi di capannone assegnati a soggetti diversi, attività eterogenee, nessuna visione d’insieme. Un condominio produttivo, non un polo industriale. Non è necessariamente sbagliato come soluzione emergenziale, ma chiamarla reindustrializzazione è impreciso — e l’imprecisione in questi casi non è innocente.
A tenere insieme l’intera operazione è una scadenza: la cassa integrazione finisce il 31 dicembre 2027. In commissione è stata posta la questione di una clausola di salvaguardia, perché il cronoprogramma dei lavori deve coordinarsi con quello degli ammortizzatori sociali. È una richiesta ragionevole, e il fatto che sia stata formulata esplicitamente dice qualcosa sui rischi che tutti, in quella sala, hanno in mente. Se l’importo dei lavori supera una certa soglia scatta poi l’obbligo di gara internazionale, con tempi non inferiori ai quindici mesi: il margine reale è stretto.
Corradi ha detto che si dimetterebbe il giorno dopo se la società dovesse cambiare le carte in tavola. Una dichiarazione netta, che segnala un approccio diverso dal galleggiamento burocratico che spesso caratterizza queste vicende. Non risolve nulla sul piano concreto. Ma in una storia dove le parole pesano poco e i fatti tardano, anche il modo in cui si sta al tavolo ha il suo significato.
Il futuro assomiglia probabilmente a questo: il sito viene parzialmente rioccupato, una quota dei 154 lavoratori viene riassorbita, una parte resta fuori. Quanta, dipende dal soggetto di Sesto Fiorentino. La cassa integrazione nel frattempo esaurisce il suo ruolo di cuscinetto. Il 2027 non è lontano quanto sembra.





