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20 Aprile 2026La corte degli specchi
C’è un momento, nella giornata di un impero che declina, in cui i bollettini di guerra e le cronache di corte diventano indistinguibili. Lunedì scorso — o era martedì? il tempo trumpiano ha una sua liturgia circolare — la corte d’appello americana ha stabilito che i lavori di ristrutturazione della sala da ballo della Casa Bianca possono continuare. Un respiro di sollievo per il cantiere presidenziale. Fuori, nel paese reale, i giudici rilasciano dai centri di detenzione ICE uomini e donne già formalmente espulsi. Una studentessa di Tufts — detenuta per un editoriale filo-palestinese pubblicato sul giornale universitario — si auto-deporta in cambio di libertà. John Eastman perde la licenza da avvocato in California per aver tentato di smontare un’elezione. La sala da ballo avanza. La democrazia procedurale arretra. Il sipario regge.
I giornali americani — Politico in testa, con la sua vocazione all’horserace politics elevata a sistema cosmologico — raccontano tutto questo con la stessa voce piatta, come se la notizia del pavimento di marmo della East Room e quella degli uomini in gabbia fossero capitoli dello stesso romanzo di costume. In un certo senso lo sono. È questa la conquista culturale più profonda del trumpismo: aver reso narrativamente equivalenti l’ornamento e la violenza, il gossip di palazzo e la lesione dei diritti. McLuhan lo avrebbe capito immediatamente. Il medium — la breaking news continua, l’allerta sul telefono, il titolo senza gerarchia — produce un’estetica dell’equidistanza morale che è già essa stessa una forma di consenso.
Ma c’è un filo che attraversa questi titoli dispersi e li tiene insieme, se si vuole vederlo.
Anthropic tratta con Trump. I repubblicani tirano un “grande sospiro di sollievo” dopo qualche settimana difficile e i commentatori si chiedono se potrà durare. Nel New Jersey — laboratorio elettorale storicamente affidabile — una progressista dichiarata, Analilia Mejia, vince comodamente un’elezione suppletiva alla Camera: ennesimo segnale, scrivono, di pericolo per i repubblicani nelle elezioni di midterm. DeSantis convoca una sessione speciale in Florida che potrebbe consolidare la sua eredità politica, ma “i trabocchetti sono in agguato.” Trump annuncia per i prossimi giorni una sua lettura delle Scritture — dopo aver irritato buona parte della cristianità americana con le sue Bibbie commerciali e la retorica messianica — come se la questione religiosa fosse una pratica amministrativa da gestire con un comunicato stampa. Il New Jersey introduce una tariffa di 150 dollari per i tifosi mondialisti e scatena un putiferio. Il Tesoro americano estende una deroga sulle sanzioni al petrolio russo per alleggerire le tensioni sul mercato iraniano, mentre il segretario Bessent nega che ciò stia accadendo.
Questo è il paesaggio. Non un paese in crisi, ma un paese che ha imparato a gestire la crisi come condizione permanente di governo. La crisi non è l’eccezione — è il metodo. Ogni giorno porta il suo pacchetto di emergenze selettive, di scandali calibrati, di concessioni tattiche verso l’industria tecnologica, di piccole vittorie simboliche distribuite strategicamente all’elettorato evangelico o a quello del petrolio. Il tutto mentre la sala da ballo della Casa Bianca viene restaurata. Il tutto mentre qualcuno viene messo su un aereo.
Ernst Bloch, nel Principio speranza, distingueva tra il sogno ad occhi aperti autentico — quello che proietta in avanti, che anticipa un mondo non ancora dato — e il sogno regressivo, che maschera il presente con l’ornamento del passato. “Make America Great Again” è la forma politica perfetta del sogno blochiano invertito: non utopia, ma nostalgia armata. Non proiezione verso il futuro, ma restaurazione del passato come progetto di potere. La sala da ballo è il simbolo esatto di questo: si restaura ciò che era grande, si lucida il marmo, si mette a posto il lampadario, mentre fuori la struttura giuridica del paese si sgretola a pezzi che nessun cantiere rimetterà insieme.
Anthropic tratta con Trump. Questo meriterebbe un articolo a sé — e forse lo avrà. L’intelligenza artificiale come nuovo terreno del compromesso tra il capitalismo della Silicon Valley e il potere esecutivo più irrazionale e personalista degli ultimi cent’anni di storia americana. La macchina che pensa tratta con l’uomo che non vuole farlo. Qualcuno in queste settimane ha definito questo processo “una tregua.” La parola è rivelatrice: si usa per le guerre. Si usa quando due parti hanno smesso, almeno temporaneamente, di spararsi addosso. Le aziende tecnologiche e l’amministrazione Trump si sono sparate addosso? O si sono sempre guardate come potenziali alleati, con la finzione dell’opposizione come strumento negoziale?
Il caso Eastman chiude il cerchio, in un certo senso. Un avvocato — uno degli architetti intellettuali del tentativo di capovolgere l’esito elettorale del 2020 — perde il diritto di esercitare la professione in California. È giustizia. È anche giustizia lenta, che arriva quando il danno è già stato fatto, quando le macerie sono già lì. Nei sistemi democratici la giustizia ha questo passo: arriva dopo. Testimonia, non previene. La sentenza su Eastman è un documento storico travestito da provvedimento disciplinare.
E poi c’è la studentessa di Tufts. Si chiama Rümeysa Öztürk. Ha scritto un editoriale sul giornale del suo campus. È stata fermata dagli agenti dell’immigrazione. Ha accettato di partire — “auto-deportarsi,” nella lingua degli accordi — per tornare libera. Questa storia, che in un paese con la memoria storica funzionante sarebbe al centro del dibattito pubblico da settimane, appare in fondo alla lista dei titoli, dopo la sala da ballo e dopo il sospiro di sollievo dei repubblicani. Non è una distrazione casuale. È la gerarchia che conta.
La corte degli specchi funziona così: ogni cosa riflette ogni altra cosa, nessuna ha più profondità delle altre, tutto è superficie. La sala da ballo riflette la deportazione riflette la Bibbia riflette il petrolio russo riflette il New Jersey riflette Anthropic. In questa proliferazione di riflessi si perde il senso della direzione, si perde la capacità di distinguere il centro dalla periferia, il sintomo dalla malattia.
Eppure i fatti restano. Rümeysa Öztürk è salita su un aereo. John Eastman non ha più la toga. Gli uomini nei centri di detenzione vengono rilasciati da giudici che resistono. Nel New Jersey una progressista vince. Il cantiere della Casa Bianca va avanti.
Sono fatti che coesistono senza annullarsi. La democrazia americana non è morta — è ferita, disorientata, parzialmente catturata. E sta combattendo, nei tribunali, nelle aule congressuali, nelle elezioni suppletive di stati che per ora tengono. Se questa resistenza basterà, non è dato saperlo. Ma il primo passo per capire cosa sta succedendo è rifiutare la corte degli specchi: scegliere dove guardare, decidere cosa conta, restituire peso alle cose che il ritmo frenetico della notizia vorrebbe rendere ugualmente leggere.
La sala da ballo può aspettare.





