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C’è un filo che attraversa le notizie di questi giorni europei, e non è difficile da seguire: basta avere il coraggio di vederlo. Bulgaria, Ungheria, Spagna, Gran Bretagna, Iran che si affaccia sul Mediterraneo orientale come un attore di scena che non dovrebbe essere lì. E Israele, sospeso in un’Europa che non sa più come tenerlo.
Rumen Radev vince con una valanga in Bulgaria. Non è una sorpresa, ma è una conferma. La Russia non ha bisogno di mandare carri armati nei Balcani: le basta aspettare. L’allineamento soft, quello che procede per elezioni democratiche, per stanchezza civile, per risentimento verso Bruxelles, funziona meglio di qualsiasi operazione clandestina. Radev è un presidente che piace perché parla chiaro, o almeno così sembra a chi non vuole ascoltare troppo attentamente quello che dice. Sofia scivola verso est, e il confine orientale dell’Unione si fa un po’ più poroso.
Nel frattempo, Viktor Orbán esce di scena — o forse no. La notizia che la sua uscita lascerebbe Israele esposto in Europa dice molto su come funzionava il sistema. Un paese membro dell’Unione Europea che fungeva da scudo diplomatico per uno Stato che bombarda Gaza: questa è la geometria morale in cui abbiamo vissuto. Ora che Tisza avanza e il parlamento ungherese si ricompone in forme meno fedeli al Führer del Danubio, qualcosa cambia. Ma cambia davvero? La Spagna intanto spinge per sospendere l’accordo di associazione UE-Israele. Pedro Sánchez ha capito che su questo dossier si gioca una parte del consenso progressista europeo, e non si tira indietro. L’Europa si spacca, ma questa volta la spaccatura non è tra est e ovest: è tra chi ha ancora qualcosa da dire sul diritto internazionale e chi preferisce non disturbare i commerci.
L’Iran che deride le richieste europee di riaprire lo Stretto di Hormuz è, in questo quadro, quasi una didascalia. Teheran sa benissimo che l’Europa non ha strumenti coercitivi reali, che le sue minacce sono note musicali senza orchestra. Ci vuole due minuti a capirlo, appunto. E in quei due minuti si misura tutto il vuoto strategico di un continente che ha delegato la sicurezza alla NATO — cioè agli Stati Uniti — e la politica estera alle buone intenzioni.
E poi c’è Keir Starmer. Tredici minuti di lettura, dice il titolo, come a misurare il peso specifico del problema. Un leader che avrebbe dovuto incarnare la normalizzazione progressista britannica dopo gli anni del caos tory, e che invece si ritrova a galleggiare in un vuoto di leadership che rischia di inghiottirlo. La Gran Bretagna fuori dall’Unione non ha trovato la sovranità promessa: ha trovato la solitudine. E Starmer, che di quella solitudine dovrebbe essere il medico, appare invece come uno dei suoi sintomi.
Il centro non regge. Non è una metafora geografica, è una diagnosi politica. L’Europa che avevamo immaginato — integrata, normativa, kantiana nei princìpi e hobbesiana nelle istituzioni — mostra le sue linee di frattura. Non è che stia crollando: è che si sta inclinando. E quando un edificio si inclina, non è il crollo il momento più pericoloso. È l’abitudine all’inclinazione. È quando smetti di accorgerti che il pavimento non è più orizzontale.
Le periferie si muovono. Il centro tace. E il silenzio del centro, in Europa, si chiama da sempre con un altro nome: crisi di egemonia.





