
Il nodo non è ancora sciolto
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C’è una mappa che vale più di mille comunicati: quella del traffico nello Stretto di Hormuz, ridotto in questi giorni a un filo sottile. CNN la racconta con immagini, ma la sostanza è nei numeri: un collo di bottiglia attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale si sta quasi chiudendo, e il mondo fa finta di non sentire il rumore.
Giovedì i comandanti del CENTCOM presenteranno a Trump le nuove opzioni militari contro l’Iran. Lo scoop è di Axios, la conferma arriva da Times of Israel e Jerusalem Post: si parla di una sequenza di attacchi «breve e potente». Mentre la diplomazia esibisce ancora i suoi riti — il presidente iraniano Ghalibaf deride la strategia americana, l’esercito di Teheran precisa che la propria moderazione «era volta a dare una possibilità alla diplomazia» — il Pentagono mette sul tavolo una stima: 25 miliardi di dollari. È il costo preventivato della guerra. Hegseth rimprovera chi dubita. Il dubbio, evidentemente, è già fuori moda.
Von der Leyen avverte che una guerra in Iran costa all’Unione Europea 500 milioni di euro al giorno. È una cifra che non lascia scampo alle retoriche: il conflitto ha già un prezzo, anche senza i missili. Gli Emirati Arabi Uniti intanto fanno la loro mossa dentro l’OPEC — una «bomba», la chiama il Wall Street Journal — segnale che il vecchio ordine mediorientale si sta ridisegnando sotto pressione, non dopo la guerra, ma durante la sua preparazione.
L’Iran risponde con la propria narrativa. Il Tehran Times, le cui ultime notizie si fermano al 26 aprile, pubblica: il 45% dei martiri sono civili. Il viceministro degli Esteri iraniano comunica al presidente del CICR che Stati Uniti e Israele avrebbero colpito 130.000 obiettivi civili. Sono numeri che nessuna fonte occidentale verifica, ma che circolano, pesano, costruiscono la controstoria. Nel frattempo Teheran smantella una cellula terroristica nelle province occidentali: la guerra dentro la guerra, quella che non aspetta le grandi decisioni.
Gli Stati Uniti propongono una nuova coalizione per sbloccare la navigazione nello Stretto. È un’iniziativa che rivela, per contrasto, quanto lo stallo sia già profondo: non si propone una coalizione se la crisi è ancora gestibile da soli.
Sullo sfondo, il mondo continua a girare con i propri affari interni. Powell non si dimetterà, la Fed non taglierà i tassi, e Warsh — il nome che Trump vorrebbe alla guida della banca centrale — dovrà fare i conti con entrambi. Comey si è costituito: l’immagine condivisa su Instagram, una scritta sulla sabbia che qualcuno ha letto come minaccia, lo ha portato in tribunale. Il Messico vede incriminati in un solo giorno un governatore, un senatore e un sindaco in carica. La Germania di Merz cerca di spiegare a Trump che non è sua nemica, mentre Trump minaccia di ridurre le truppe sul suolo tedesco.
E in mezzo a tutto questo, a Gaza, una biblioteca rinasce dalle macerie. Lo riporta Haaretz. Poche righe, quasi un dettaglio. Eppure è forse l’unica notizia della giornata che parla di futuro senza calcoli.
Il resto è strategia, costi, opzioni sul tavolo. La guerra che non si chiama ancora così sta prendendo forma nelle mappe, nei briefing riservati, nei terminal petroliferi vuoti. Lo Stretto di Hormuz non è solo una rotta commerciale: è il termometro di ciò che stiamo per diventare.





