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C’è una scena che vale più di qualsiasi analisi politica. Mike Johnson, Speaker della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, si trova a una cena di gala dell’organizzazione anti-abortista Susan B. Anthony Pro-Life America, e invece di fare il trionfatore davanti alla platea che lo osanna, ammette candidamente: “Sto facendo molte sedute di terapia stanotte.”
Non è autoironia. È la descrizione letterale della sua giornata.
Il Congresso americano vive da anni in quello che i cronisti di Washington chiamano la “zero-margin era” — l’era del margine zero, dove ogni voto è un precipizio, ogni accordo è un’umiliazione sopportata, ogni vittoria assomiglia a una sconfitta raccontata diversamente. Johnson governa con una maggioranza che è tale solo sulla carta: nella pratica è un ceto di individui, ciascuno convinto di avere una visione personale e insostituibile del destino della nazione, ciascuno disposto a sabotare il proprio partito pur di affermare la propria sovranità emotiva. “Tutti vogliono che sia la loro idea, fatta a modo loro,” ha detto il deputato Nick Langworthy con la stanca rassegnazione di chi ha capito tutto da tempo. “Ci sono molti sentimenti, qui.”
“Molti sentimenti.” In una delle istituzioni più potenti del mondo.
Eppure Johnson sopravvive. Ha fatto passare gli aiuti all’Ucraina appoggiandosi ai democratici, sfidando la sua ala più dura. Ha evitato lo shutdown con accordi bipartisan. Ha tenuto in piedi la sua speakership resistendo a mozioni di sfiducia. Ha fatto votare per sette ore consecutive, poi per ancora più ore la settimana successiva, negoziando in diretta con i frondisti mentre il tabellone elettronico in aula restava aperto come una ferita. Sono vittorie brutte. Sono vittorie.
La domanda che l’analisi politica americana non riesce a fare a se stessa è: cosa rivela questa forma di governo sulla qualità della democrazia che la produce? Un sistema in cui il massimo risultato praticabile è “non è esploso ancora” non sta funzionando — sta semplicemente posticipando.
L’altro frammento che il documento di Axios porta alla superficie è ancora più inquietante, perché tocca il diritto di guerra.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, interrogato in audizione al Senato sul War Powers Act, ha sostenuto che il orologio dei 60 giorni — il limite entro cui il presidente deve ottenere l’autorizzazione del Congresso o cessare le operazioni militari — può “fermarsi o fare pausa” durante un cessate il fuoco. Gli Stati Uniti hanno condotto i primi attacchi contro l’Iran il 28 febbraio. I 60 giorni sono arrivati. La Casa Bianca non ha chiesto nulla al Congresso.
La risposta del senatore democratico Tim Kaine è chirurgica: “Un cessate il fuoco significa che le bombe non cadono. Non significa che non ci siano ostilità. Se stiamo usando le forze armate americane per bloccare tutto ciò che entra ed esce dall’Iran, quelle sono ancora ostilità.”
La risposta dei senatori repubblicani è ancora più rivelatrice. Anziché pretendere chiarimenti istituzionali, annuiscono con comprensione. “Sembra che si sia lasciato un po’ di margine di manovra,” dice Todd Young (Indiana), con il tono benevolo di chi sta valutando un argomento accademico piuttosto che una potenziale violazione costituzionale. Roger Wicker, il presidente della commissione Forze Armate, dice di non essere “troppo preoccupato”.
Il precedente è nitido: nel 2011, Barack Obama tenne le operazioni in Libia affermando che l’attività americana non raggiungeva la soglia delle “ostilità” ai sensi del War Powers Act. I repubblicani di allora, con Boehner in testa, insorti: “Stiamo facendo parte di uno sforzo per bombardare i compound di Gheddafi. Non supera il test dell’ovvio sostenere che non siamo nel mezzo di ostilità.” Oggi quegli stessi argomenti, pronunciati questa volta da un’amministrazione del loro colore, diventano “wiggle room” — spazio di manovra, margine flessibile, sfumatura interpretativa.
Messi insieme, questi due frammenti disegnano il volto del potere legislativo americano nel 2025: un’istituzione che ha rinunciato alla sua funzione di contrappeso per abbracciare quella di accompagnatore. Accompagna i capricci della sua maggioranza interna (Johnson che fa terapia di gruppo ai suoi deputati). Accompagna le ambiguità dell’esecutivo sul diritto di guerra (il Senato che attende una “notifica formale” su una guerra già in corso).
In italiano avremmo una parola precisa per questo modo di stare al potere senza esercitarlo davvero: galleggiare. Johnson galleggia. Il Senato repubblicano galleggia. Galleggiano tutti, molto seriamente, su acque che nessuno si azzarda a sondare.
Le vittorie brutte si accumulano. Il conto, prima o poi, si presenta.




