
Jimmy Cliff – The Harder They Come
4 Maggio 2026
I solchi infuocati. Davvero
4 Maggio 2026di Pierluigi Piccini
L’era del nuovo Monte dei Paschi comincia con un’immagine che nessuna stretta di mano potrà del tutto cancellare: sette consiglieri di minoranza che votano contro nella seduta inaugurale del CdA, sotto gli occhi di tutti — dei mercati, degli analisti, della città. Non un dissenso sussurrato nei corridoi, ma una frattura certificata agli atti.
Eppure fino a ieri — fino alla vigilia dell’assemblea, fino alle ultime settimane di trattativa — quelli che oggi siedono su sponde opposte erano tutti e tre profondamente divisi tra loro. Tortora, Caltagirone, Delfin: tre visioni, tre strategie, tre ambizioni sul futuro della banca. Un disaccordo che non era tecnico ma politico, identitario, di potere. Lo sapevano loro, lo sapeva la piazza, lo sapevano i mercati. Nessuno fingeva il contrario.
Ora si parla di ricomposizione. Ci mancherebbe: con il dossier Mediobanca sul tavolo — un’operazione da 700 milioni di sinergie attese, che richiede per statuto una maggioranza di due terzi — non ci si può permettere il lusso della guerra di trincea. Angelo De Mattia, già Bankitalia, lo dice con la fredda chiarezza del tecnico: affidarsi unicamente al potere di voto non basta, i consiglieri devono portare progetti e proposte, non limitarsi ad approvare ciò che passa con il proprio parere.
Ma qui sta il nodo che nessun riavvicinamento tattico scioglie davvero. Quegli stessi soggetti che per mesi si sono fronteggiati apertamente, che hanno costruito liste contrapposte, che hanno portato il loro disaccordo fino alla prima seduta utile del nuovo consiglio, oggi dovrebbero trovare la sintesi che non hanno mai cercato prima. Non perché abbiano cambiato idea. Non perché sia emersa una visione comune. Ma perché i numeri lo impongono.
La lista Tortora ha costruito un bunker: ogni posizione strategica occupata, dalla guida operativa di Lovaglio alla presidenza di Bisoni, fino alle vicepresidenze. Un presidio così compatto da estromettere le minoranze persino dal Comitato nomine. Quella scelta aveva una logica — il controllo, la stabilità, l’efficienza decisionale. Aveva però un costo nascosto, che si è rivelato subito: ha trasformato chi era fuori in avversari senza nulla da perdere.
Il paradosso è geometrico. Per blindare Mediobanca hai bisogno dei due terzi. Per avere i due terzi hai bisogno di chi hai escluso. E chi hai escluso lo ha già fatto vedere, pubblicamente, che non intende stare in silenzio.
Un riavvicinamento è possibile — la politica e la finanza sono piene di nemici che tornano a sedersi allo stesso tavolo. Ma c’è una differenza sottile e decisiva tra una sintesi costruita prima e una ricucitura tentata dopo. La prima è governance. La seconda è gestione del danno. I mercati, di solito, sanno distinguere.
La Rocca Salimbeni aspetta. Mediobanca aspetta. E il conto della seduta inaugurale è ancora aperto.





