«Certo sarebbe stato meglio stare sotto il 3% del Pil ed uscire dalla procedura di infrazione. Ma stare sotto o sopra questa soglia non cambia molto. Il problema vero è la crescita» avverte il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani Carlo Cottareli, secondo il quale «o questo Paese riesce a crescere più rapidamente o resteremo con un debito elevato» con tutti i rischi che questo comporta a fronte di eventuali nuovi choc finanziari. «Derogare alle regole e far ripartire il deficit? Per ora non ci sono le condizioni – risponde l’economista – a meno che non si guardi al prossimo anno elettorale, il 2027. Se Hormuz resta chiuso per un periodo prolungato la questione è diversa».
Professore, perché la preoccupa più il debito che il deficit?
«Il piano di rientro, sulla base delle nuove regole europee, era stato fatto con un graduale aggiustamento dei conti ed anche il debito pian piano doveva scendere. Questa discesa era lenta perché la crescita del Pil era lenta. Il problema è che in un arco temporale di più anni capita sempre uno choc, in questa fase la guerra in Iran ed il blocco di Hormuz. E quando c’è uno choc il debito smette di scendere o sale. Occorre avere allora un piano in cui il debito, senza choc, scende più rapidamente, ma questo richiede riforme per raggiungere un più alto tasso di crescita del Pil. Come hanno fatto la Grecia, che dal 2018 ha ridotto il rapporto tra debito e Pil di 50 punti percentuali, o il Portogallo, che ha fatto 40 punti percentuali dal 2017».

Visto gli scenari attuali è credibile la crescita che il nuovo Dpfp indica allo 0,6% per il 2026/27?
«Per ora, a carte ferme, direi di sì, anche se Giorgetti è stato molto cauto in proposito. I mercati non si aspettano che la crisi duri tanto, in caso contrario avremmo un prezzo del petrolio molto più alto. Il prezzo del gas in questi giorni è attorno a 40 euro per megawattora, nel 2022 prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia partivamo da 80 euro e poi siamo arrivati ad oltre 300. In questa situazione ridurre la crescita solo dello 0,1 è del tutto sensato. Come dico, per ora».
Intanto restiamo sotto procedura di infrazione, non è una bella notizia.
«L’originale piano del governo per il 2025 prevedeva un deficit al 3,3% e dunque il 3,1% che certifica Eurostat è meglio di quanto ci si aspettava. Per il secondo anno di fila abbiamo fatto meglio del previsto: nel 2024 addirittura siamo riusciti a fare quasi un punto di Pil di deficit in meno rispetto alle stime iniziali. Certo, se fossimo andati sotto al 3% sarebbe stato meglio».
Cosa cambio adesso?
«Non cambia tantissimo. L’idea che era circolata che scendendo sotto al 3% nel 2025 quest’anno avremmo avuto più spazio per spendere non corrisponde al vero. Semplicemente a livello internazionale non saremmo più stati nella lista dei paesi in procedura per deficit eccessivo, che è una lista abbastanza lunga e comprende anche paesi come la Francia e la Finlandia. Era meglio se uscivamo, ma non è un dramma se non usciamo».
Ma adesso non è più difficile accedere ai 14,9 miliardi di prestiti del programma Safe per finanziare la spesa militare?
«Questa possibilità c’è lo stesso. La differenza è che se accedi al Safe e sei in procedura di infrazione rimani in procedura. A meno che non si scenda sotto il 3% comprese le spese militari».
Tutte le opposizioni sostengono che il deficit al 3,1% certifica il fallimento della politica economica del governo.
«Ovvio. Se al governo ci fosse il centrosinistra il centrodestra direbbe esattamente la stessa cosa».
Per quest’anno il nuovo Dpfp prevede un deficit non più al 2,8 ma al 2,9: ci avviciniamo di nuovo alla soglia del 3%. Non è che rischiamo di bucare l’obiettivo anche quest’anno?
«Ripeto, essere sotto al 3% sarebbe meglio ma stare sopra non cambia molto le cose. Non è un dramma. La Francia quest’anno sta al 5%».
Insomma, è più una questione di immagine che di sostanza?
«Si, soprattutto in una situazione in cui i mercati finanziari sono abbastanza tranquilli. Poi ci sono momenti in cui i mercati finanziari saltano e allora bisogna essere preoccupati anche dello 0,1 in più. Per il momento mi sembra che tengano e, soprattutto, al contrario di quello che succedeva 15 anni fa, non c’è nessuno che parla di uscita dall’euro per risolvere tutti i nostri problemi, perché poi è quello che scatena l’attacco dei mercati finanziari, come nel 2011. Che non era un attacco, come si diceva a suo tempo, dovuto ad un complotto politico delle forze oscure internazionali ma era solamente legato al fatto che in Italia erano in tanti, alcuni dei quali stanno ora al governo, che sostenevano che si dovesse uscire dall’euro ed è così che parte la speculazione».
Deroga per deroga, secondo Giorgetti più che sulle spese militari adesso forse bisogna ragionare su come contrastare l’attuale crisi energetica. Se Bruxelles non sospende il patto di Stabilità come chiedono tanti è questa la strada, fare da soli?
«Le regole sono le regole e queste prevedono che si possa sospendere il patto di stabilità in presenza di una seria recessione in Europa. Se un singolo Paese va in recessione è un’altra questione: questo paese può anche decidere di sforare ma lo può fare sempre a fronte di una seria recessione. Se però il problema è la revisione delle previsioni da un +0,7 ad un +0,6, o poco più, non si può assolutamente ipotizzare di violare le regole e magari portare il nostro deficit al 4% di crescita».
Prima che una eventuale recessione si manifesti c’è un’onda che si abbatte ben prima sulle famiglie a partire dall’inflazione e su questa forse bisognerebbe intervenire.
«Le due cose sono collegate. Se l’onda dell’inflazione è forte per aumenti dei prodotti importati allora l’economia va in recessione. Ma l’onda sarà forte e prolungata solo se Hormuz non riapre. Ancora non siamo in quello scenario».
Quindi nessuna forzatura sul deficit?
Pensare di portare adesso il deficit al 4% è assolutamente prematuro, a memo che l’obiettivo non sia un altro».
Quale?
«Beh, il 2027 è un anno elettorale …».







