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23 Aprile 2026TEOLOGIA
In “Sulla corda del silenzio”, diario redatto nei mesi trascorsi a Praga dal 1923 al 1924 e ora tradotto per la prima volta in italiano, il pensatore russo racconta la spiritualità come esperienza quotidiana. Pagine che gettano luce sulla futura trilogia della divino-umanità
«Non si deve aver paura: la paura è un peccato e può essere un peccato mortale. Non bisogna aver paura né delle difficoltà esteriori e neppure della propria debolezza e impotenza, che tu conosci in tutta la loro inesorabilità nella tua vita» annota il 24 aprile del 1925 Sergej Nikolaevic Bulgakov nel suo diario spirituale, intitolato Sulla corda del silenzio (pagine 148, euro 19,00) e pubblicato da EDB per la prima volta in italiano con la traduzione e la curatela di Lucio Coco, che da oggi è disponibile nelle librerie. Bulgakov (1871-1944); secondo padre Pavel Evdokimov, sarebbe «il più grande teologo del nostro tempo», paragonato, in Ortodossia, a Origene per l’originalità della sua strategia di pensiero e a san Tommaso d’Aquino per la sistematicità impressa alla sua opera. Educato dalla famiglia in un clima religioso, la giovane età lo porta ad abbracciare fino ai trent’anni, in segno di ribellione, l’ateismo che si stava diffondendo negli ultimi scampoli della Russia zarista. Nel corso di un lungo soggiorno in Europa il giovane ha modo di approfondire la cultura marxista e di frequentare Karl Kautsky e Rosa Luxemburg. Ma al rientro in Russia le cose cambiano. Sotto l’influsso di Vladimir Solov’ëv e di Pavel Florenskij, il futuro teologo abbandona il marxismo per avvicinarsi prima all’idealismo tedesco per poi convertirsi all’Ortodossia. Ordinato sacerdote nel 1918, Bulgakov è costretto ad abbandonare Mosca, riparando inizialmente in Crimea, ancora sotto il controllo delle armate legittimiste. Nel 1922, però, con la fine della guerra civile e il prevalere dei bolscevichi, viene espulso definitivamente dalla Russia, dando inizio al suo esilio. Tema, peraltro, che diventerà centrale nei suoi fogli diaristici. Trasferitosi prima a Costantinopoli, giunge nel 1923, dopo essere passato per Sofia e Vienna, a Praga dove vive per alcuni mesi prima di arrivare a Parigi, dove trascorrerà il resto della sua vita. Di là dalle sofferenze e dalle polemiche di cui sarà bersaglio, nella capitale francese occuperà un ruolo non marginale tra gli emigrati russi non solo insegnando teologia dogmatica all’Istituto San Sergio ma diventandone poi anche il direttore. E ciò fino alla sua scomparsa.
Di Sergej Bulgakov in Italia si dispone della traduzione di suoi numerosi testi e in particolare dei suoi capolavori. In essi il teologo ha cercato di evitare, adottando la prospettiva sofiologica ereditata da Solov’ëv, due questioni delicate. Da un lato egli contrasta le idee di impostazione monistica, capaci di minacciare la trascendenza di Dio e di indebolire l’identità propria del Creatore, e dall’altro evita la trappola che mette accanto e sullo stesso piano il creato e Dio come se si avesse a che fare, al tempo stesso, con due realtà divise ma della stessa natura. L’impostazione sofiologica, affinata rispetto a quella proposta dal suo maestro, consente a Bulgakov di descrivere un creato in cui Dio si auto- manifesta dall’eternità nella sua vita intratrinitaria, la cosiddetta Sofia increata, e anche nel non-Dio, vale a dire nella creazione, nella Sofia creata. Queste sue posizioni non saranno accolte benevolmente. La sua strategia di pensiero teologica, che adotta la sofiologia per interpretare la dottrina dogmatica ortodossa, diede luogo alla “disputa sulla Sofia” e a seguito delle valutazioni critiche del Patriarcato di Mosca, del Consiglio dei vescovi e del Sinodo della Chiesa ortodossa russa all’estero cadde su Bulgakov l’accusa di gnosticismo. Se la sofiologia è l’esito finale della sua riflessione teologica, conta comunque, per comprenderne nel profondo il dipanarsi, mettere in luce la profonda corrispondenza, in Bulgakov, tra l’esperienza vissuta della fede e il sistema teologico che ne deriva. Aspetto che si coglie in particolare nella trilogia dedicata alla divino-umanità, cominciata nel 1927 con L’Agnello di Dio e conclusasi, con la pubblicazione postuma, di La sposa dell’Agnello.
Nell’economia del suo pensiero il diario spirituale dei mesi praghesi, Sulla corda del silenzio, gioca un ruolo significativo. Testimonia, infatti, già allora in maniera evidente il legame indissolubile che corre tra esperienza di vita e fede, tratto comune con la trilogia della divino-umanità, benché manchino ancora alcuni anni alla stesura delle sue opere più mature. Durante il soggiorno nella città boema Bulgakov attende in realtà alla stesura di tre diari. Se Dalla memoria del cuore e Taccuino praghese sono delle agende personali che registrano eventi ed episodi quotidiani, anche pesanti e dolorosi, della sua vita, di tutt’altra natura è Sulla corda del silenzio. A differenza degli altri due, il diario spirituale, « non contiene – ricorda Coco – annotazioni e riferimenti alla vita quotidiana». I pensieri e le meditazioni che ne scandiscono lo sviluppo segnano, giorno dopo giorno, la maturazione di un cammino. Un cammino marcato dall’intreccio, quasi carnale, di vita e fede in maniera non dissimile da quanto sperimenta, nel celebre Racconto, il pellegrino recitando in modo continuo e diuturno la Preghiera del cuore. Non a caso, annota Bulgakov, il 4 giugno del 1925, che «bisogna che il Vangelo quotidiano da te tenuto in venerazione si manifesti come un avvenimento nella tua vita, come se si fosse compiuto anche in tua presenza e con la tua partecipazione. Infatti, anche per questo è fatto il santo Vangelo, perché tutti coloro che credono, e non solo i prescelti da Lui che si trovavano con Cristo, vedano i Suoi giorni terreni e partecipino emotivamente a essi. Quindi vedi con gli occhi, non come un racconto di un qualcosa che c’è stato con altri, ma come un fatto che si è compiuto oggi con te».





