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C’è qualcosa di americano — profondamente, costitutivamente americano — nel fatto che Jill Lepore vinca il Pulitzer per una storia della Costituzione proprio il giorno in cui si chiede se la Dichiarazione d’Indipendenza non fosse migliore prima delle correzioni. Prima che Jefferson cedesse alle pressioni, prima che qualcuno togliesse qualcosa, aggiungesse qualcos’altro, smussasse gli angoli più taglienti. La domanda è retorica solo in apparenza: dietro c’è l’ossessione americana per il testo originario, per la purezza della fondazione, per quel momento mitico in cui tutto era ancora possibile e niente era ancora compromesso. Un paese che ha fatto della propria origine un feticcio, e che si dispera ogni volta che scopre — di nuovo, sempre di nuovo — che anche quell’origine era già una mediazione, già un accordo, già una perdita.
Mentre Lepore riceve il premio, l’Ohio vota. Sherrod Brown nelle primarie democratiche per il Senato, Vivek Ramaswamy in quelle repubblicane per il governatore: due figure che incarnano le tensioni opposte di un paese che non riesce a smettere di litigare con se stesso. Brown, il senatore operaio che ha resistito per anni in uno stato sempre più rosso, aggrappato all’idea che la classe conti più dell’identità. Ramaswamy, il figlio dell’immigrazione diventato voce del nativismo, che ha trasformato il proprio percorso biografico nel suo contrario. Mappe elettorali, risultati in tempo reale, frecce rosse e blu che avanzano e arretrano come fronti di guerra. L’America si specchia nelle mappe e non riconosce sempre quello che vede.
E poi, accanto a tutto questo — quasi a spiegarlo — la storia degli adulti Disney. Quelli che spendono fortune per vivere dentro la favola, per restare nell’unico luogo dove il lieto fine è garantito, dove i personaggi non invecchiano e i castelli sono sempre illuminati. Non è nostalgia, o non è solo quello: è la stessa pulsione che muove chi vuole tornare al testo originale della Dichiarazione, chi vota per chi promette di riportare l’America a un’età dell’oro che non è mai esistita esattamente come viene ricordata. Topolino e i Padri Fondatori condividono la stessa funzione psichica: offrire un prima incontaminato in cui rifugiarsi quando il presente diventa troppo rumoroso.
Nel mezzo, la cultura che continua a prodursi con ostinazione. Un romanzo d’esordio su una figlia che cresce nelle visite alla madre in carcere — l’America che non si può visitare a Disneyland. Una mostra di pittura che è insieme piacere popolare e enigma per storici dell’arte. Un album synth-pop che, scrivono i critici, practically glows — brilla, irradia, come se la musica potesse fare quello che la politica non riesce a fare, tenere insieme la gioia e la complessità senza scegliere. E poi i cruciverba, i giochi di parole, il piccolo rito quotidiano di chi cerca soluzioni in sette lettere. Bolaño in sette lettere. 2666, il romanzo dell’incompiuto e del massacro, ridotto a un indizio da risolvere prima di colazione.
È questo, forse, il ritratto più fedele dell’America oggi: un paese che riscrive i propri testi fondativi e si chiede se fossero meglio prima, che vota e conta i voti su mappe in tempo reale, che si rifugia nell’infanzia industrializzata di Mickey Mouse, che legge di madri in prigione e di pittori dimenticati, e poi chiude tutto con un cruciverba. Un paese che non smette di cercare la parola giusta. Che forse non l’ha ancora trovata. Che forse l’aveva, e l’ha corretta.





