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C’è qualcosa di cinematografico nella scena che si sta consumando a Washington in questi giorni. I repubblicani hanno infilato nel testo di un disegno di legge di riconciliazione da 72 miliardi di dollari una voce da un miliardo: sicurezza per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, la ballroom dorata che Trump aveva solennemente promesso sarebbe stata finanziata con fondi privati. “Nessun soldo pubblico”, aveva detto. E invece.
La mossa ha scatenato quello che i giornali americani chiamano pudicamente “una frenesia” tra i democratici della Camera. “La loro castrazione politica è completa”, ha detto senza giri di parole il deputato californiano Jared Huffman. È una frase brutale, ma dice qualcosa di vero: il Congresso repubblicano ha smesso da tempo di essere un contropotere e si è trasformato in una cassa di risonanza delle volontà presidenziali.
Eppure c’è dell’ironia in tutta questa indignazione democratica. La sinistra americana si risveglia scandalizzata davanti a un miliardo per una sala da ballo, mentre nelle ultime settimane ha assistito in sostanziale silenzio a tagli ben più devastanti alla spesa sociale, alle agenzie federali, alle politiche ambientali. Il problema non è il miliardo d’oro in sé — è simbolico, certo, e il simbolo vale oro — il problema è che l’opposizione sembra capace di mobilitarsi soprattutto quando il bersaglio è clamoroso, visivo, ironizzabile sui social. La ballroom è perfetta per i meme. È meno perfetta come chiave di lettura di una crisi istituzionale profonda.
Al Senato i democratici si preparano al cosiddetto “vote-a-rama”, quella maratona di votazioni in cui la legge dovrà passare prima di arrivare alla firma del presidente. Vogliono mettere ogni repubblicano davanti alla scelta: vuoi una sala da ballo d’oro o vuoi abbassare il costo della vita per le famiglie americane? È un contrasto elettorale efficace. Forse troppo efficace, nel senso che rischia di ridurre una questione costituzionale — chi controlla il denaro pubblico, a chi risponde l’esecutivo — a un duello di comunicazione politica in vista delle elezioni di midterm del 2026.
Il senatore Lindsey Graham, presidente della commissione bilancio del Senato, ha detto che preferirebbe gestire la faccenda attraverso il normale processo di bilancio. Una risposta istituzionalmente corretta, curiosamente pronunciata da uno degli artefici della resa del Congresso repubblicano agli umori di Trump. Ma tant’è.
Nel frattempo, nel Michigan tre candidati democratici alle primarie senatoriali siedono su montagne di liquidità — 3,6 milioni, 3,4 milioni, 2,5 milioni ciascuno — senza ancora osare spendrla per attaccarsi a vicenda. Aspettano gli ultimi tre mesi prima delle primarie di agosto. Il denaro, in politica americana, si conserva per quando il colpo fa più male.
Resta una domanda che vale la pena porsi: cosa racconta di una democrazia il fatto che il suo dibattito pubblico più vivace, quello capace di accendere davvero la passione civile, sia occupato da una sala da ballo? Forse racconta che la politica dello spettacolo ha vinto, e che persino l’opposizione ormai gioca su quel terreno. La ballroom dorata di Trump non è solo un’oscenità fiscale. È anche uno specchio.





