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16 Maggio 2026Una provincia che tiene i conti e perde i pezzi. La provincia di Siena, 16 maggio 2026
16 Maggio 2026
Le notizie di stamattina sui giornali senesi, messe in fila senza la retorica che di solito le accompagna, disegnano un profilo che la comunicazione istituzionale della città fatica ad ammettere: Siena è una comunità che invecchia, si impoverisce nei margini, perde il suo tessuto commerciale di base e produce ogni giorno una domanda di aiuto che nessun piano strategico nomina per quello che è.
Cominciamo dal commercio. In dieci anni, dal 2015 al 2025, Siena ha perso circa 700 esercizi commerciali di prossimità. È uno dei dati peggiori della Toscana, che a sua volta è messa peggio della media nazionale. Al posto delle botteghe avanzano le grandi catene, i franchising, i mangifici — o semplicemente il vuoto. Non è una questione solo economica. È una questione di città: una comunità senza negozi di vicinato perde i luoghi in cui ci si riconosce, ci si saluta, si esercita quel controllo informale dello spazio pubblico che nessuna telecamera e nessun piano del decoro può sostituire. E non è un caso che, in parallelo, i furti nel centro storico continuino a fare notizia — segno che lo spazio pubblico senese, di sera e di notte, è sempre meno presidiato da quella presenza viva che solo l’abitare e il commerciare producono.
Poi c’è il dato che il Corriere di Siena mette in prima pagina e che meriterebbe molto più che una notizia locale: ogni giorno ventiseimila senesi cercano una qualche forma di aiuto. In una città di poco più di cinquantamila abitanti significa quasi uno su due. È un numero che dovrebbe fermare qualunque discorso sulla Siena “città d’arte”, “capitale della cultura”, “laboratorio del buon governo”. Non li ferma, naturalmente. La narrazione della città bella e colta è troppo redditizia — in termini di turismo, di consenso, di identità collettiva — per essere disturbata da una statistica sul welfare.
A questo si aggiunge il divario salariale: le donne senesi guadagnano mediamente seimila euro in meno all’anno rispetto ai colleghi uomini. Cifra che misura in modo secco una disuguaglianza strutturale su cui la città non ha prodotto, negli anni, alcuna risposta all’altezza.
Sul fronte sanitario si introduce la figura delle “facilitatrici” al Pronto Soccorso delle Scotte — mediatrici che aiutano i pazienti fragili a orientarsi nel sistema. È una risposta sensata a un problema reale. Ma è anche il sintomo di un sistema che si è fatto così complicato, così intimidatorio, così lontano dal cittadino comune, da richiedere una figura professionale per decifrarlo. Si chiama adattamento. Non si chiama soluzione.
Il Palio si prepara, le contrade puliscono il Bottino di Fonte Nova, la Torre celebra i cinquecento anni della battaglia di Camollia. La vita contradaiola continua con la sua forza propria, indipendente da tutto — dalla politica, dall’economia, dalla crisi del commercio. È la parte più viva e più autentica della città, e sarebbe scorretto non riconoscerlo. Ma anche il Palio rischia di diventare, nella narrazione pubblica, un alibi: finché il Campo è pieno due volte l’anno, Siena può permettersi di non guardare quello che succede nei mesi restanti.
MPS, nel frattempo, gioca le sue partite interne — Ensarco vota per la lista Tortora — in quel perenne teatro di ombre che è il rapporto tra la banca e i suoi soci istituzionali. Una storia che si ripete da decenni con attori diversi e copione invariato.
Siena sa raccontarsi. Ha musei, festival, convegni, mostre fotografiche in Cripta, dibattiti sulla musica e sulla città. La cultura non manca. Quello che manca è la disponibilità a usare quella stessa cultura per leggere se stessa senza sconti — per guardare i ventiseimila che chiedono aiuto ogni giorno non come un dato di servizio sociale ma come la domanda politica più urgente che questa città abbia sul tavolo.




