
Una città che si racconta bene. Siena, 16 maggio 2026
16 Maggio 2026
Scomparsi 707 negozi. Ma i numeri raccontano un’altra storia
16 Maggio 2026Una provincia che tiene i conti e perde i pezzi. La provincia di Siena, 16 maggio 2026
Il mercato del lavoro in provincia di Siena, fotografato dalla Camera di Commercio sui dati Istat al 31 dicembre 2025, viene presentato con la formula che i comunicati istituzionali amano: “sostanziale stabilità complessiva”. Vale la pena leggere cosa si nasconde sotto quella formula.
Ci sono 119mila occupati, duemila in più rispetto al 2019 — apparentemente un segno positivo. Ma gli occupati indipendenti, nell’ultimo anno, hanno accusato una flessione del 9,2%. Il lavoro autonomo, il lavoro di chi si mette in proprio, di chi apre un’attività, di chi costruisce qualcosa di suo — cede. Cresce invece il lavoro dipendente, e in particolare una forma specifica di lavoro dipendente: il contratto a tempo determinato, che rappresenta il 77% del totale degli avviamenti. Tre avviamenti su quattro, in questa provincia, sono precari per definizione. Lo chiamano “flessibilità”. Si potrebbe chiamare anche in altro modo.
I dati per area geografica dicono cose ancora più precise. Tutti i Centri per l’Impiego della provincia registrano segni negativi rispetto al 2024: Valdichiana -7,4%, Valdelsa -5,3%, Siena -3,3%, Amiata -2%. L’Amiata registra la flessione più contenuta. Il manifatturiero è sotto sia rispetto al 2024 che rispetto al 2019. Le costruzioni crescono ma solo grazie alla coda degli incentivi edilizi — una spinta artificiale che non dura. Il settore che cresce davvero sono i servizi alle imprese, +41,6%: il dato che forse dice di più sulla trasformazione strutturale dell’economia provinciale, sempre più orientata verso funzioni di supporto e sempre meno verso la produzione. L’agricoltura, che pure nell’ultimo anno ha mostrato un recupero parziale, sconta ancora un divario pesante rispetto al periodo pre-pandemia: -13%.
Sul fronte del commercio, la provincia replica e amplifica il dato senese: 707 attività scomparse in dieci anni. I negozi calano, gli addetti crescono, i ricavi aumentano del 51,6% — più della media toscana. La concentrazione commerciale produce efficienza, non comunità. I piccoli comuni della provincia, dove il negozio di vicinato era spesso l’unico presidio di socialità rimasto, sono i più esposti a questa dinamica. Non ci sono dati disaggregati per comune nella rassegna di stamani, ma chiunque abbia attraversato i borghi della Valdelsa, della Valdichiana o dell’Amiata negli ultimi anni conosce la risposta.
Qualche notizia specifica dal territorio. A Radicondoli le Galleraie sono state vendute per 263mila euro — un bene immobile che cambia mano in uno dei comuni più piccoli e più geotermicamente ricchi della Toscana, senza che nessuno spieghi bene a chi e per fare cosa. A Poggibonsi un’imprenditrice sarebbe pronta a rilevare la società calcistica locale — una di quelle notizie che in una cittadina di provincia pesano politicamente quanto una delibera di giunta. A San Casciano dei Bagni si lavora su un accordo con la Regione per il patrimonio archeologico — un territorio che negli ultimi anni ha prodotto scoperte straordinarie e che ancora attende di capire come trasformare quella ricchezza in sviluppo duraturo. Ad Abbadia San Salvatore parte il progetto per una scuola primaria a emissioni zero.
Sul fronte del lavoro agricolo, la Regione Toscana ha approvato una risoluzione contro il caporalato e lo sfruttamento in agricoltura, avviando l’iter per una legge regionale. È una notizia che riguarda direttamente questa provincia, dove la manodopera stagionale e il lavoro grigio nei campi sono fenomeni tutt’altro che marginali. Che arrivi sotto forma di risoluzione regionale, e non di iniziativa locale, dice qualcosa sulla capacità — o sulla volontà — del territorio di affrontare i propri nodi strutturali in modo autonomo.
Il quadro complessivo è quello di una provincia che regge la forma ma cede la sostanza. I grandi aggregati tengono, i margini cedono. Il lavoro c’è ma è sempre più precario e sempre meno autonomo. Il commercio di prossimità si ritira, i borghi si svuotano lentamente di funzioni. E la narrazione pubblica — quella della provincia bella, ricca di storia, di vino, di terme, di tartufo bianco — continua a galleggiare sopra tutto questo, impermeabile ai dati che ogni mattina la rassegna stampa deposita in silenzio sulle scrivanie di chi dovrebbe leggerli.




