Una provincia che tiene i conti e perde i pezzi. La provincia di Siena, 16 maggio 2026
16 Maggio 2026
La sostenibilità di chi non rischia niente
16 Maggio 2026
In dieci anni la provincia di Siena ha perso 707 esercizi commerciali di prossimità, il 10,6% del totale. Nomisma, l’istituto bolognese che ha curato l’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale, parla di desertificazione, di impatto sulla coesione sociale, di qualità della vita urbana. Francesco Capobianco, head of public policy dell’istituto, invoca scelte coraggiose da parte dei decisori pubblici. Il quadro è coerente e preoccupante.
Peccato che i numeri, letti con qualche attenzione, raccontino una storia diversa.
Il saldo che non c’è. Il dato delle 707 chiusure viene presentato nudo, senza il suo contrario naturale: quante aperture ci sono state nello stesso periodo? Il saldo netto tra natalità e mortalità commerciale è l’unico indicatore che consente di capire se siamo davanti a una contrazione o a una ristrutturazione. Nomisma non lo fornisce. Un numero senza il suo speculare è un’opinione travestita da statistica.
L’inflazione nascosta. I ricavi delle imprese sopravvissute sono cresciuti del 51,6% tra il 2015 e il 2025. Il dato viene presentato come paradosso virtuoso — i negozi calano ma chi resta guadagna di più. Nessuno ricorda che in quello stesso decennio l’inflazione cumulata italiana si è attestata intorno al 25-28%. La crescita reale dei ricavi è probabilmente nell’ordine del 18-22%: ancora positiva, ma assai meno spettacolare. Presentare variazioni nominali decennali senza deflazionare è un errore metodologico elementare, o una scelta.
Chi paga la ricerca. L’Osservatorio è curato da Nomisma. Per conto di chi? Con quale committenza? Non viene detto. Gli osservatori di settore non sono neutri per definizione: le categorie analitiche — cosa si intende per “commercio di prossimità”, come si definisce un “esercizio attivo” — dipendono dalle domande che il committente ha interesse a porre. Non è detto che i dati siano falsi. È certo che le domande orientano le risposte.
La causalità rovesciata. L’impianto narrativo suggerisce una catena causale precisa: meno negozi, meno presidio territoriale, meno coesione sociale, città più povera. È possibile. Ma è altrettanto possibile il contrario: i comportamenti d’acquisto sono cambiati strutturalmente, l’e-commerce ha sottratto quote rilevanti al commercio fisico, le chiusure sono una risposta fisiologica a una domanda che si è spostata altrove. In questo caso non siamo davanti a una patologia urbana ma a un adattamento di mercato. La parola e-commerce non compare nell’intera rilevazione.
I confronti che zoppicano. Siena perde 707 esercizi, Firenze ne perde 956, Massa Carrara 942, Lucca 923. In valore assoluto Siena perde meno di tutte le province citate. La percentuale — il famoso -10,6% — è più alta perché la base di partenza senese è più piccola. Confrontare percentuali su basi dimensionali così diverse, senza contestualizzare, è metodologicamente scorretto. Siena non è Firenze: non lo è per popolazione, non lo è per struttura economica, non lo è per funzione urbana.
Il canone che scende e viene pianto. Il calo del 2,4% dei canoni di affitto dei negozi viene presentato come anomalia negativa, segnale di sofferenza. Potrebbe essere letto esattamente al contrario: una correzione di rendite immobiliari precedentemente gonfiate dalla pressione turistica, che abbassa le barriere d’ingresso e potrebbe favorire nuove aperture. La direzione causale è tutt’altro che scontata.
Quello che manca davvero. I dati provinciali amalgamano realtà incomparabili: il centro storico senese, il cui commercio di prossimità viene espulso dalla rendita turistica e sostituito da bar e ristoranti, e la periferia, i quartieri, i comuni minori dell’area provinciale, dove le dinamiche sono profondamente diverse. Questa disaggregazione non esiste. Eppure è l’unica che consentirebbe di capire dove avviene la trasformazione e per chi è un problema.
La storia vera, sotto i numeri, è più semplice e più onesta: il commercio senese si sta ristrutturando attorno al turismo, espellendo progressivamente tutto il resto. Questo non è necessariamente una catastrofe. È una scelta — in parte subita, in parte non governata — con vincitori precisi e perdenti precisi. I vincitori sono la ristorazione, il turismo, i servizi ad alto valore aggiunto. I perdenti sono il tessile, l’abbigliamento, la cultura, i servizi di prossimità quotidiana, e soprattutto i senesi che in quella città ci vivono tutto l’anno.
Chiamare questa trasformazione desertificazione senza nominare chi desertifica — e perché, e con quali incentivi, e con quali complicità pubbliche — è racconto a metà. I numeri di Nomisma potrebbero essere il punto di partenza di un’analisi seria. Così come sono stati presentati, ne sono stati il punto di arrivo.




