
Scomparsi 707 negozi. Ma i numeri raccontano un’altra storia
16 Maggio 2026
C’è qualcosa di rivelatore in un festival sulla sostenibilità organizzato in una città che non produce energia. Siena ospita dal 22 al 24 maggio il “Festival diffuso della sostenibilità”, con appuntamenti nel centro storico, pannellistica dell’Alleanza Carbon Neutrality e la dichiarazione dell’assessore Barbara Magi su “un percorso di cambiamento concreto e partecipato.”
Concreto e partecipato. Sono parole che meritano un esame.
Concreto significa che qualcosa cambia nella realtà fisica del territorio. Partecipato significa che dentro il processo ci sono le comunità che quella realtà la abitano. Guardando il programma, si vede invece una rete di soggetti urbani che si raccontano tra loro. La provincia è assente. I territori che producono energia non sono invitati. Le comunità che da decenni convivono con impianti geotermici, che hanno negoziato concessioni, che stanno per completare qualcosa di storicamente rilevante — non compaiono in nessun pannello, in nessun tavolo.
Sull’Amiata, Nippon Gases sta completando un impianto di cattura della CO2 geotermica che entrerà in funzione in ottobre. Quando lo farà, si potrà affermare senza enfasi che il ciclo della geotermia è di fatto chiuso: si estrae calore, si produce energia, si reinietta il fluido, si cattura la CO2. Nessun scarto. Nessuna dispersione. Un ciclo energetico integralmente circolare, il primo di questo tipo in Italia. Non è una dichiarazione di intenti. Non è una certificazione. È un processo fisico, già finanziato, in corso di realizzazione, a pochi mesi dal completamento.
A Siena si allestiscono pannelli.
L’Alleanza Carbon Neutrality presenta “una timeline dei progetti e delle certificazioni per la decarbonizzazione della provincia di Siena.” Si certifica ciò che si dichiara di voler fare, non ciò che si è già fatto — e tantomeno ciò che altri stanno facendo, nel silenzio, a pochi chilometri. Il paradosso è geometrico: la provincia che ospita l’unico distretto geotermico italiano, sull’orlo di chiudere un ciclo energetico senza precedenti nel paese, viene raccontata dalla sua capitale attraverso timeline e certificazioni, senza che nessuno dei soggetti che quella filiera la costruiscono venga interpellato.
Non è distrazione. È struttura. Chi sa cosa, e a chi viene riconosciuta l’autorità di parlare: il festival risponde implicitamente che sanno i professionisti urbani del settore ambientale, le associazioni accreditate, gli enti che producono documenti. Non sanno — o non abbastanza da essere invitati — le comunità che l’energia la producono e la CO2 la catturano davvero.
C’è un termine per questa forma di esclusione: estrattivismo cognitivo. Si preleva la risorsa dal territorio e si lascia al territorio il paesaggio e i problemi. La conoscenza, la narrazione, il senso restano altrove.
Il festival si chiama “diffuso.” Diffuso dentro i confini urbani non è diffuso nel territorio. È decentrato dentro lo stesso recinto.
Una sostenibilità che non conosce i luoghi che la rendono possibile non è sostenibile. È decorativa.




