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C’è un’Italia che si riconosce sempre meglio nella sua incapacità di stare ferma su una posizione. Non per vitalità, ma per paura. E la giornata di oggi la racconta con una precisione quasi crudele.
Cominciamo dal teatro di guerra più vicino a noi, quello che tocca direttamente i nostri connazionali. La Marina israeliana ha sparato con proiettili di gomma contro sei imbarcazioni della flottiglia, tra cui una italiana. Ventinove gli italiani fermati, tra cui il deputato del M5S Carotenuto. Tajani chiede che vengano liberati. È la risposta italiana alla crisi di Gaza: un ministro degli Esteri che chiede, in modo educato, che le cose tornino alla normalità. Carotenuto parla di “rapimento di massa”. C’è una distanza siderale tra il lessico della politica italiana e la realtà di ciò che accade nel Mediterraneo, una distanza che si misura in corpi e silenzi.
Ma il vero epicentro della giornata italiana è altrove, e si chiama Modena.
Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l’arresto di Salim El Koudri: nessun nesso con patologie psichiatriche accertate, nessuna aggravante di terrorismo, movente ancora ignoto. Il giovane aveva scritto alle basi NATO per chiedere informazioni sul menu e su come arruolarsi. Sui suoi profili social attaccava Chiara Ferragni e “quelli che fanno soldi immeritatamente”. Il suo avvocato descrive tutto questo come segni di un disagio profondo, non di un percorso logico coerente. E qui sta il nodo che l’Italia non riesce a sciogliere: come si nomina un gesto che è insieme strage, follia, rabbia sociale e qualcosa d’altro che ancora non ha parola? I giornali oscillano tra “attentato” e “tragedia psichiatrica”, e l’oscillazione stessa è già una forma di rimozione. Cinquemila persone erano scese in piazza a Modena per dire di essere “uniti contro chi semina odio”. Una risposta civile e commovente. Ma l’odio, qui, non aveva un mittente chiaro: veniva da dentro, da una solitudine che la società non aveva saputo vedere.
E poi c’è la commedia parlamentare delle spese militari, che meriterebbe da sola un saggio sulla struttura del potere italiano contemporaneo.
La maggioranza di centrodestra aveva depositato una mozione in cui si chiedeva al governo di rivedere l’impegno assunto al vertice NATO dell’Aja nel giugno 2025 — quello del 5% del PIL per la difesa entro il 2035 — definendolo esplicitamente “irrealistico”. Poi, nel giro di poche ore, la stessa maggioranza ha fatto marcia indietro, eliminando all’ultimo minuto quel punto dal testo. Palazzo Chigi aveva chiesto di cancellarlo. Il capogruppo leghista Borghi ha ammesso: “Abbiamo sbagliato a inserire quella parte.” La geometria è perfetta nella sua goffaggine: si scrive nero su bianco che un impegno firmato dalla presidente del Consiglio è “irrealistico”, poi si cancella la parola perché non era “il momento giusto per discuterne”. Il problema non era la verità dell’affermazione — che forse era vera — ma il fatto di averla messa per iscritto. In Italia, le cose non si dicono: si lasciano intendere, si rimandano, si cancellano.
Sullo sfondo c’è la pressione di Trump, la vigilia delle elezioni del 2027, il caro energia dopo la crisi dello stretto di Hormuz, e un governo che deve tenere insieme Crosetto — favorevole al riarmo — Giorgetti che dice “prudenza nei conti” e Meloni che sta giocando la sua partita europea. Un equilibrio impossibile, tenuto insieme non da una visione ma dall’assenza di visione: il galleggiamento come strategia di governo.
Nel frattempo scadono gli sconti sulle accise sui carburanti: senza proroghe, la benzina tornerà sopra i due euro al litro, il gasolio sopra i 2,20. Una notizia piccola, quotidiana, che pesa però nelle tasche di milioni di famiglie più di qualunque dichiarazione parlamentare. E alle Maldive si recuperano gli ultimi corpi dei sub italiani morti nella grotta di Alimathà — GoPro e computer sequestrati, indagini aperte per omicidio colposo. Anche quella è Italia: il dolore privato che diventa caso nazionale, le famiglie che aspettano, le telecamere che filmano il dolore.
C’è un’Italia che si sveglia ogni mattina con la sensazione di dover gestire troppe cose contemporaneamente — Gaza, Modena, la NATO, il carburante, i morti alle Maldive — e che le gestisce tutte con la stessa tecnica: rinviare, correggere, sbianchettare. Non è cinismo. È qualcosa di più antico e più triste: la fatica di un paese che non si fida abbastanza di sé stesso per dire le cose fino in fondo.





