
Il mondo che brucia mentre Trump vola a Pechino
13 Maggio 2026
Elton John – Bennie And The Jets
13 Maggio 2026
Mercoledì 13 maggio 2026. Mentre il mondo fissa il vertice di Pechino e la CIA fa esplodere auto sulle autostrade messicane, l’Italia guarda se stessa con quella miscela di autocompiacimento e angoscia che è il suo segno distintivo. La giornata parlamentare di oggi dice molto di dove siamo e dove non siamo.
Stamattina, alla Sala del Mappamondo di Montecitorio, i ministri Tajani e Crosetto hanno deposto davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato per riferire sullo Stretto di Hormuz, chiamati a illustrare le iniziative internazionali per il ripristino della libertà di navigazione nel tratto di mare più strategico del pianeta. Nel pomeriggio Meloni è attesa al Senato per il Premier time, con le opposizioni pronte a inchiodarla sui dati economici: caro carburanti, inflazione, salari stagnanti, produzione industriale in calo, PIL che cresce meno di tutti. Il Pd su lavoro povero e liste d’attesa, i Cinque Stelle sulle bollette, Italia Viva farà le pulci alle risorse del PNRR effettivamente spese. Tajani e Crosetto la mattina su Hormuz, Meloni il pomeriggio sull’economia: una giornata che riassume l’intera postura del governo, sempre su due fronti che non riescono mai a parlarsi.
Il governo Meloni è tecnicamente il secondo più longevo della Repubblica. Il 2 maggio scorso ha superato i 1.288 giorni di attività, scavalcando il Berlusconi IV. La premier ha commentato con quella formula rituale che in Italia accompagna ogni traguardo: “Non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani.” La frase è pensata per essere memorabile e non ricordata. Quel che rimane è il numero: 1.288 giorni. E la domanda che quel numero porta con sé: a fare cosa?
La risposta è complicata, e non perché manchino le cifre da esibire. Il sottosegretario Fazzolari rivendica 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, il taglio del cuneo fiscale, la revisione delle aliquote IRPEF con 21 miliardi di euro in meno allo Stato a favore di lavoratori e famiglie, la penultima rata del PNRR ottenuta. Numeri reali, buona parte dei quali però si reggono su basi non costruite dall’attuale governo: il PNRR era già nella culla, l’occupazione era già in ripresa, la stabilità finanziaria era stata incubata da Draghi. Dal secondo semestre del 2026 la crescita italiana è tra i fanalini di coda dell’intera Europa. La longevità dell’esecutivo come dato statistico è insindacabile. Come indicatore di forza politica è un’altra questione.
Il vero indicatore di questa fase è un numero diverso: 53,7%. Il 22 e 23 marzo scorsi, il referendum confermativo sulla riforma della giustizia si è concluso con la vittoria del No. L’affluenza è stata del 58,9%, dato che ha superato nettamente tutte le precedenti tornate referendarie degli ultimi anni. Il No ha prevalso in 17 regioni su 20, con picchi nei grandi centri urbani e nel Mezzogiorno. La sconfitta sul referendum sulla separazione delle carriere — il progetto identitario del governo in materia di giustizia — è stata chiara e trasversale. Non un voto sull’ordinamento della magistratura: un voto su come va il Paese. Carlo Calenda lo ha detto senza giri di parole: dietro quella partecipazione c’era anche un giudizio sulla qualità del governo nell’affrontare i problemi economici, sociali e internazionali. E che la vicinanza di Meloni a Trump aveva danneggiato il governo più di quanto la premier fosse disposta ad ammettere.
Ed è proprio Hormuz il punto dove le due questioni si toccano. Dal febbraio 2026, sulla guerra d’Iran, il governo italiano ha scelto una linea di allineamento con i partner europei e di vicinanza ai Paesi del Golfo colpiti, escludendo categoricamente la partecipazione italiana ad ogni operazione militare nell’area e negando l’utilizzo della Base aerea di Sigonella. Un equilibrismo che ha un nome: non voler rompere con Trump ma non potersi permettere di seguirlo fino in fondo, in un momento in cui l’opinione pubblica europea ha già superato la fase della fascinazione per il trumpismo e comincia a fare i conti con le conseguenze concrete — i prezzi alla pompa che mangiano i salari, l’inflazione strutturale che Wall Street ha già prezzato come dato di lungo periodo, i dazi che mordono le esportazioni italiane del manifatturiero.
L’Italia di questa giornata è un Paese che guarda il mondo da una finestra stretta. Ha un governo che tiene — e questo non è poco, in un sistema storicamente incapace di tenere — ma che tiene senza riuscire a imprimere un segno chiaro alla direzione di marcia. Meloni ha staccato il Berlusconi IV, punta al Berlusconi II il 4 settembre. Il record è alla portata. Poi però c’è la Borsa che apre bene (+0,85% il FTSEMib) mentre il petrolio torna sopra i 101 dollari al barile, e Piazza Affari festeggia l’ENI mentre le famiglie italiane fanno benzina. C’è l’hantavirus che allarma i sanitari lombardi e siciliani. C’è il caso Sempio che riapre l’eterno spettacolo italiano della giustizia penale come palcoscenico mediatico. C’è il Giro d’Italia, quinta tappa dalla Calabria alla Basilicata, con Ciccone in maglia rosa.
Un Paese che sopravvive a se stesso, record dopo record, senza mai del tutto capire perché.





