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Le elezioni amministrative di domenica e lunedì hanno dato qualche sorpresa positiva per il centrodestra ma non sono destinate a lasciare un segno nei libri di storia. Non c’è stato nessun terremoto. Altre elezioni dello stesso genere si terranno di qui alle politiche e ogni volta scopriremo che le cose non saranno andate come annunciato dai pronostici. Adesso ad analizzare con attenzione i numeri, prendiamo atto del fatto che sostanzialmente la sfida tra centrodestra e centrosinistra è ancora aperta. Con opportunità e problemi irrisolti per entrambi gli schieramenti.
È emerso invece qualcosa che riguarda in particolare il centrosinistra e cioè che aveva dato una lettura eccessivamente ottimistica dei risultati referendari di due mesi fa. Il voto sulla riforma della giustizia è stato assai rilevante ma non ha segnato affatto l’inizio della fine del governo guidato da Giorgia Meloni. Né ha spalancato le porte a una libera cavalcata verso la vittoria dello schieramento di cui è a capo Elly Schlein. Del resto, i sondaggi degli ultimi sessanta giorni hanno segnalato solo lievi scostamenti e hanno regolarmente registrato che Fratelli d’Italia resta di gran lunga il primo partito. Senza che sia mai stato ipotizzabile un sorpasso del Pd. Tale lettura errata ha indotto il centrosinistra a commettere qualche errore di valutazione. In primo luogo, quello di ritenere di avere davanti a sé settimane, mesi prima di dovere prendere delle decisioni.
A ncora oggi non sappiamo niente di preciso su chi guiderà lo schieramento progressista, come verrà scelto e quali saranno le posizioni della sua compagine. Ad esempio, per ciò che riguarda la politica internazionale, segnatamente la questione ucraina (ma a questo siamo da tempo abituati). Non sappiamo poi quali siano le proposte in materia di sicurezza e di emigrazione. Niente. O qualcosa di assai vago. Ed è un terreno, questo, decisivo in tutte le competizioni elettorali del continente.
Siamo a conoscenza del fatto che Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni dicono no alla riforma del sistema elettorale proposta da Meloni. E che neanche vogliono sedersi a un tavolo per confrontarsi e discuterla. Legittimo. Ma qual è quella del centrosinistra? Desiderano che rimanga in vigore il sistema attuale? O hanno un’idea diversa. Dicano qualcosa.
Spostandoci al campo economico, non è sufficiente che il centrosinistra dica no a questa o quella decisione del governo. Servirebbe qualcosa che chiarisca cosa farebbero se andassero a Palazzo Chigi, con quali coperture economiche. E con quali coraggiose iniziative per abbattere il debito. Hanno da suggerire un modo di ridurre la spesa pubblica? Dopo decenni passati tra governo e opposizione avranno pure qualche idea in materia che non sia la riproposizione di cantilene. Qualcosa che non hanno mai detto e che ci sorprenda proprio per il carattere di novità.
C’è infine un problema di costruzione dello schieramento. In passato, pur con una certa fatica, gli elettorati ex democristiani, ex socialisti, o quelli provenienti dai partiti laici, si adattarono a votare assieme agli ex comunisti. Gli ex comunisti favorivano questo processo offrendo agli alleati postazioni di grande prestigio. Dopo la caduta della Prima repubblica il ruolo di candidato alla Presidenza del Consiglio fu proposto a Romano Prodi (1996), poi a Francesco Rutelli (2001), poi nuovamente a Romano Prodi (2006). Adesso, a quel che vediamo dalle amministrative, a farla da padrone, tranne casi eccezionali (rari, peraltro), sono personalità dell’apparato dem o assai prossime a esso. Ai compagni di strada viene riservata qualche scodella con gli avanzi. E l’elettorato M5S mal si adatta a questa subalternità. Anche quello Avs peraltro dà segni di scontento.
Non stiamo parlando, sia chiaro, di distribuzione di posti. Stiamo descrivendo un necessario progetto di amalgama che richiami gli astensionisti (cosa non impossibile come si è visto al referendum) e tenda all’allargamento in ogni direzione dove si possano pescare voti nuovi. Fino a oggi, l’amalgama non si vede. I pentastellati votano malvolentieri i paracadutati dal Nazareno. Talvolta non li votano affatto.
Cambiando apparentemente discorso, è possibile che il gruppo a cui ha dato vita Roberto Vannacci sia destinato a mettere in crisi la destra. Ma che sia nato è un segno di vitalità. A sinistra non fiorisce niente del genere (stiamo parlando ovviamente di qualcosa di natura antitetica a quella vannacciana). Quasi a sorpresa il referendum ha messo in luce delle potenzialità. Ma si ha l’impressione che subito siano calate le saracinesche. E se qualcuno, sul versante opposto, propone di volgere lo sguardo al centro, viene trattato come un bestemmiatore. Forse è questo che ci hanno detto le amministrative: che il motore del centrosinistra necessita di una revisione.





