
Quando il marketing si veste da pensiero: il rischio delle aree interne trasformate in prodotto
26 Maggio 2026’Il fuoco di sotto – Cosmologia dell’Amiata’ La demografia e la lettura delle aree interne
La professoressa Cinzia Buccianti rilegge il libro di Pierluigi Piccini, tra spopolamento e misura della vitalità di un territorio
Cinzia Buccianti, docente di Demografia all’Università degli studi di Siena, ha scritto una recensione del libro ’Il fuoco di sotto. Cosmologia dell’Amiata’, di Pierluigi Piccini (Arcidosso, Effigi, 2026). Ne pubblichiamo un estratto, il testo integrale è pubblicato sul sito www.demograficamente.com.
di Cinzia Buccianti
È nel capitolo “I portatori“ che il contributo di Piccini incontra più direttamente una riflessione demografica. La demografia delle aree interne misura con precisione la sottrazione quantitativa (calo dei residenti, invecchiamento, emigrazione giovanile, rarefazione dei servizi) ma lascia nell’ombra una perdita di ordine diverso, meno visibile nelle statistiche e forse più grave nella sostanza: la perdita della capacità trasmissiva di una popolazione. Un portatore non è semplicemente un abitante. È qualcuno che tiene in vita un gesto, un percorso, una memoria pratica e la trasmette a chi viene dopo in una catena che richiede compresenza fisica. Lo spopolamento interrompe questa compresenza in un modo che i registri anagrafici non rilevano. Si contano le case vuote, non il numero di radure che nessuno percorre più con qualcuno che sa perché ci si ferma lì. Si misura il saldo migratorio, non la perdita delle catene generazionali di trasmissione pratica. Registrare un canto, fotografare una fiaccola, digitalizzare un archivio sono operazioni utili, ma non sostituiscono l’atto fondamentale della consegna; quello che passa da un corpo a un altro, nel gesto ancor prima che nella parola. Soffermando l’attenzione sugli aspetti prettamente demografici e facendo un focus su di loro, emerge una distinzione che vale la pena rendere esplicita: quella tra popolazione residente, popolazione affettiva e popolazione temporaneamente presente. Sono tre modi di stare in un territorio che producono effetti radicalmente diversi sulla trasmissione. La popolazione residente è la base della trasmissione generazionale, è necessaria affinché un portatore possa trovare qualcuno a cui consegnare il gesto. La popolazione affettiva (i discendenti degli emigrati, chi torna regolarmente senza risiedere) mantiene un legame profondo ma mediato: può ricevere il senso di un rito senza riceverne la pratica. La popolazione temporaneamente presente (turisti, visitatori, residenti stagionali) è rilevante per l’economia locale ma quasi irrilevante per la trasmissione. Può vedere una fiaccola senza sapere cosa presidia, percorrere un sentiero senza sapere perché passa di lì. La domanda demograficamente decisiva diventa dunque: in quale misura la popolazione residente è ancora composta da portatori attivi o potenziali? E in quale misura la crescita delle presenze temporanee maschera la riduzione della capacità trasmissiva? Un territorio può sembrare vitale per numero di presenze e aver perduto le condizioni strutturali della consegna. È questa la forma più insidiosa di spopolamento, quella che non si vede nelle statistiche perché avviene nella qualità del legame, non nella quantità dei corpi. La letteratura demografica offre strumenti utili per pensare questo problema. Massimo Livi Bacci ha mostrato che le popolazioni non sono semplici quantità ma organismi storici legati a risorse, vincoli ambientali e strategie familiari. La crisi amiatina non è solo una crisi di numeri, è una crisi di quel sistema organico di relazioni tra popolazione e ambiente che per secoli ha garantito la calibrazione tra risorse disponibili e competenze per usarle. E. A. Wrigley ha insistito sul rapporto tra popolazione e risorse energetiche: per un territorio con una risorsa geotermica di lunga durata come l’Amiata, la disponibilità di energia non garantisce da sola la tenuta demografica se la popolazione che la sfrutta ha perso i portatori capaci di abitarla oltre il contratto. Peter Laslett ha ricordato che la trasmissione del sapere pratico passa attraverso forme concrete di convivenza (case, famiglie, vicinati multigenerazionali) che lo spopolamento erode prima ancora delle persone. I grandi flussi migratori degli anni Cinquanta e Sessanta non hanno prodotto soltanto case vuote, ma un’interruzione nelle catene di trasmissione i cui effetti si vedono pienamente solo oggi, quando la generazione che aveva ancora ricevuto il gesto invecchia senza poterlo consegnare a chi non c’è. Chi governa i territori delle aree interne tende a misurare la vitalità in termini di presenza — quante persone arrivano, quante restano, quanti servizi si mantengono attivi. È una misura necessaria ma parziale, perché tralascia la domanda sulla trasmissione. Non basta che qualcuno arrivi, occorre che entri in relazione con chi porta ancora un gesto, una competenza, una memoria pratica. E non basta che un rito sopravviva nella forma, se nessuno presidia la continuità generazionale che lo tiene vivo dall’interno; quella che lo rende atto cosmologico piuttosto che folklore. La proposta che il libro di Piccini autorizza, senza formularla esplicitamente come politica, è che la vitalità di un territorio non si misura solo nella quantità di corpi presenti, ma nella qualità dei legami che quei corpi formano con il luogo e tra loro. Tradotta nel linguaggio delle politiche territoriali, la distinzione cosmologica tra chi entra nel patto e chi rimane fuori diventa la distinzione tra abitare e soggiornare, tra portatore e visitatore, tra trasmissione e consumo.





